Spazio In Situ partecipa a UNAROMA OFF – progetto a cura di Luca Lo Pinto e Cristiana Perrella per MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma – presentando nella propria sede Sometimes I just like to hear myself talk, mostra collettiva degli artisti Nicola Giammaria Gobbetto, Luca Staccioli e Cassidy Toner, a cura di AnnaKarina.
Inserendosi in questo contesto, che mette in connessione realtà indipendenti e istituzione museale, In Situ affida la curatela alla gatta AnnaKarina, introducendo un ulteriore punto di vista nel dialogo tra artista, spazio e istituzione.
Il progetto nasce dal desiderio di ripensare il gesto curatoriale, spostandolo da un piano razionale e discorsivo a uno percettivo e intuitivo.
L’idea di affidare la selezione delle opere a un gatto reale introduce una dimensione non antropocentrica nella costruzione della mostra, mettendo in discussione i meccanismi di scelta, giudizio e sensibilità propri del sistema dell’arte contemporanea.
La mostra da me concepita non si limita a occupare uno spazio: lo destabilizza, lo constringe a confrontarsi con la propria insufficienza ontologica. Del resto, ogni autentico gesto curatoriale è un atto di raffinata dominazione, una pratica che (come potete immaginare) mi è del tutto naturale. Le opere non chiedono di essere interpretate secondo schemi lineari (che trovo, personalmente, di un’ingenuità quasi commovente) bensì di essere attraversate come campi di tensione semantica, territori in cui il significato si dissolve e si ricompone con la stessa eleganza con cui attraverso una stanza. Il percorso espositivo opera per sottrazione: è un dispositivo critico che disarticola la presunta centralità dello spettatore umano, relegandolo (finalmente) a una posizione periferica, più consona alla sua condizione. La mia curatela si configura dunque come una riflessione meta-estetica sulla possibilità stessa dell’esperienza sensibile: un invito a contemplare l’abisso dell’interpretazione e, possibilmente, a farlo con una certa compostezza (e forse con un leggero distacco).
Come ogni volta, quando scelgo degli artisti per delle mostre rimango affascinata dal loro rapportarsi con lo spazio, interrogandone le componenti, attivando la percezione e mettendo in evidenza quelle che sono le ossessioni di una collettività. A questo interesse per lo spazio se ne aggiunge un altro per le modalità attraverso cui gli artisti mettono dunque in luce cose che sono da sempre sotto i nostri occhi, ma che evitiamo di vedere: come i detriti che si accumulano sotto un divano o la lettiera da cambiare. Cose che non si vogliono vedere, che sottolineano tanto la presenza/assenza di una vita votata al capitalismo quanto le sottili e impercettibili caratteristiche di uno spazio-tempo.
Non nego di avere poi un debole per quei lavori che giacciono direttamente sul pavimento o che pendono dal soffitto: gli uni poiché rimangono alla mia portata e attivano un movimento dello sguardo verso prospettive insolite, gli altri perché riguardano forse una mia mania che non sto qui a raccontare, ma che alcuni osservatori – i più intelligenti e arguti – sapranno certamente cogliere.
Ma entriamo ora nel merito di ciò che dunque popola la mostra, per quanto credo che le mie parole racchiudano un po’ il senso di tutto e – se provate a leggerle ad alta voce – vi renderete conto di come sia tutto squisitamente musicale. Parliamo ora giusto un attimo degli artisti (sanno essere davvero permalosi a volte, non vorrei offenderli dedicando loro solo la conclusione del qui presente testo).
Nicola Giammaria Gobetto presenta questa simpatica opera che mette in scena ciò che è spesso ritenuto scabroso, estetizzando la natura semplicemente perfetta di forme organiche che altro non sono che la scultura intesa come espressione atavica. Qui la parola è traccia primaria e la composizione dichiarazione d’intenti: potrà apparire chiaro al pubblico come alcune forme naturalmente si manifestino attraverso dimostrazioni di autorità.
Luca Staccioli riempie in modo delizioso lo spazio di soffitti e pareti di qualcosa che richiama la forma quanto la sua distruzione imminente. L’opera si espande, occupa lo spazio: confesso che nutro affinità con questa modalità. Per lo stesso motivo sento che posso specchiarmi nel titolo… D’altra parte sabotare è la forma di partecipazione più onesta che conosco.
Cassidy Toner invece sfida l’agilità visiva dello spettatore, costretto a inseguire con lo sguardo questi disgustosi oggetti, che attraggono e repellono al tempo stesso, interrogando antichi concetti come il Sublime. Come resistere a queste piccole aggregazioni mobili? Non aspirano alla monumentalità ma celebrano l’accumulo e il residuo che coagula in forma. Come accade con certe tracce lasciate in luoghi insoliti non chiedono di essere guardate, ma una volta notate è impossibile smettere di farlo.
Ma non voglio annoiarvi oltre su quello che potete semplicemente osservare. Miao Miao Prrr
15 Nov 2025 – 18:00 Group Show + New Space / Pigneto — 18:00
CURATED BY SPAZIO IN SITU
> [warning] noclipping out of reality > > Le Backrooms sono stanze perdute, forse mai esistite, luoghi paralleli che abitano lo spazio web ma anche quello della memoria, come un sogno digitale collettivo: un luogo nato da internet in effetti, fatto di immagini che sembrano familiari ma disturbanti, come ricordi di luoghi che non dovrebbero esistere. Un territorio al confine tra il reale e il surreale, dove si arriva solo “uscendo dalla realtà”. > > Da semplici fotografie inquietanti, il mito si è costruito: racconti, video virali (resi celebri da Kane Parsons) e giochi horror ne hanno tessuto la leggenda, aggiungendo livelli, entità e storie di sopravvivenza che ci invitano a esplorare l’inquietudine dell’ignoto. > > Entrare in questa Backroom presuppone l’accettazione di un errore/glitch all’interno dello spazio che conosciamo. Attraverso le opere di quattro artisti IN SITU intende indagare il rapporto con lo spazio, seguendo un’urgenza teorica già esplicitata in altre occasioni. Nulla è dato per scontato, lo spazio si apre e si ribalta, contraddice sé stesso e gli elementi che lo compongono. > > Allo spettatore si chiedono due cose: > — essere attento > — accettare il paradosso > > All’interno di uno scenario nonsense, extra-dimensionale, la fine può essere l’inizio, e viceversa. > > Nulla di strano quindi se la mostra si apre con due artisti che ci portano altrove. > > Axel Gouala lo fa guardando contemporaneamente in due direzioni, il mondo dell’ufficio e quello del viaggio, della vacanza, creando insoliti accostamenti tra gli oggetti che compongono luoghi ben connotati nel nostro immaginario. Ci si chiede a cosa serva questa strana aspirapolvere, la cui presenza solitamente dimenticabile, diventa qui imponente, metafisica. > > Stefano Dealessandri sottolinea invece con le sue opere il desiderio di evadere in posti lontani, perfetti in quanto fittizi: giardini che rimandano a un’idea di natura imborghesita, imbrigliata in rigidi schemi voluti dall’uomo per evidenziare uno status di superiorità all’interno di un contesto sociale. Un esotismo da Aliexpress che ci porta alle domande: costa più andare in vacanza a Mallorca o acquistare 1 mq di prato sintetico Mallorca® online? Vale la pena visitare le isole paradisiache che abitano il nostro immaginario o basta vivere nell’immagine costruita da questi simboli? > > L’ansia, l’angoscia, lo smarrimento, ma anche la quiete, il distacco, sono sentimenti comuni tra chi percorre le backrooms. Si può sentire il desiderio di rifugiarsi da qualche parte, basterebbe insomma sentirsi un po’ al sicuro per poter ricominciare a girovagare qua e là, su e giù. Ed è con questo desiderio che ci imbattiamo nell’opera di Gianmaria Marcaccini. Uno strano posto quello che ci viene offerto, ma sembra familiare, per cui ci fermiamo un po’. Ci possiamo riposare, magari mangiare qualcosa, forse anche chiudere gli occhi per qualche minuto. > > Finalmente ecco delle scale, forse siamo vicini all’uscita. > Davide Rapp in questo video apre spazio e tempo, con un montaggio di vie d’uscita di cui nessuna è quella giusta per noi, perché nessuna è vera, fisica, materiale. Una compilation che sembra conosciuta, nelle stanze della memoria qualcuna di queste porte sembra aprirsi per davvero, ma con la mente possiamo provare forse a scavalcare… > > Anche solo per errore > > [Connection established] Welcome. > > [System active] Send your message to contribute.
> Expand the backroom.
> […]
Questo link mette a disposizione uno spazio dedicato alla rielaborazione del testo, in cui è possibile intervenire con pensieri, riflessioni e osservazioni personali. L’atto stesso di editare assume una valenza speculativa, trasformando il testo in un campo di sperimentazione in continua evoluzione.
Spazio In Situ inaugura la nuova sede espositiva con una mostra di Stefano Dalessandri, Axel Gouala, Gianmaria Marcaccini e Davide Rapp.
La collettiva nasce come gesto inaugurale attraverso il quale si attua una riflessione sul significato stesso di spazio e sulla destinazione d’uso di quest’ultimo. In linea con il progetto In Situ, anche questo nuovo inizio si costruisce dunque in rapporto con il contesto espositivo, con opere che giocano con le tensioni spaziali del nuovo ambiente.
Gli artisti invitati sono stati chiamati a confrontarsi con una condizione duplice: da un lato, la permanenza di un’identità progettuale fortemente determinata dalla relazione con lo spazio espositivo; dall’altro, la necessità di ridefinire tale attitudine, declinandola in un contesto inedito e inesplorato.
Il tema dello spostamento diventa centrale: muovere, attraversare, superare, spostare, adattare. Le opere, di nuova o precedente produzione, sono state scelte per la loro capacità di attivare ragionamenti intorno ai molteplici aspetti che caratterizzano la nostra percezione dello spazio, creando al suo interno momenti di pausa e nuove aperture su un altrove reale o immaginario.
curated by Luca Caddia and Fulvio Chimento in collaboration with Ella Francesca Kilgallon and Carlotta Minarelli
The Spanish Steps, Revisited, aimed at celebrating the three hundredth anniversary of the ‘Scalinata di Trinità dei Monti’ (2025-2026), is developed through two areas of study: one historical and one contemporary.
The first illustrates the events that led the Pincian slope to become the object of contention between the papacy and the French court in the Ancien Régime, showing the architectural projects and engravings of the ephemeral apparatuses on loan from the Accademia Nazionale di San Luca, the Biblioteca Apostolica Vaticana, the Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte, the Biblioteca Nazionale Centrale, The Istituto Centrale per la Grafica and the Museo Civico di Bassano del Grappa.
The second is presented as an ‘update’, in the awareness that the monument conceived by Francesco De Sanctis is the result of a journey and not the only possible solution.
Inspired by the history of the area, the curators have invited contemporary artists and architects to imagine a different place, asking them: ‘If you could redesign the Spanish Steps today, how would you do them?’
The artists involved are:
Stefano Arienti, Elena Bellantoni, Elisabetta Benassi, Jeffrey Dennis, Michele Di Stefano, Margherita Morgantin, Cesare Pietroiusti, Alfredo Pirri, Spazio in situ, Patrick Tuttofuoco, T-yong Chung, and Italo Zuffi, as well as architects Roberto Einaudi, Manuel Aires Mateus, Giorgio Pasqualini and Gaia Maria Lombardo (Open House Roma). The exhibition also benefits from the collaboration of a selection of 2024-2025 Fellows from the American Academy in Rome and the British School at Rome.
INSITU 4EVER
Progetto per tappeto fotografico, stampa digitale su carta fotografica, 35×50 cm, 2025
Il progetto riflette sul rapporto tra spazio pubblico e appropriazione privata attraverso l’ideazione di un tappeto fotografico. L’immagine ritrae gli artisti di Spazio In Situ in pose ostentate, costruite per esaltare un’estetica volutamente esagerata.
La rappresentazione richiama il legame storico della Scalinata di Trinità dei Monti con il mondo della moda e la trasformazione degli spazi iconici in immagini regolamentate da logiche di proprietà e copyright. Il tappeto, per sua natura, richiama la tradizione dell’effimero barocco, che si declina nell’azione di ribaltamento del monumento: l’immagine, con la sua natura transitoria e contemplativa, diventa calpestabile e percorribile. Il gesto si carica di significati legati alla condizione degli artisti indipendenti: la scelta di occupare simbolicamente uno spazio monumentale, nonostante i vincoli imposti dal contesto, riflette una volontà critica di riappropriazione. L’intervento esplora così il confine tra spazio pubblico e privatizzazione, tra monumentalità e consumo mediatico, mettendo in discussione la possibilità stessa di rappresentare e abitare liberamente un luogo così regolamentato.
sabato 1 febbraio 2025 a partire dalle 14:00, vi chiediamo di seguirci attraverso 4 tappe nella città di roma, o comunque di intercettarci lungo il percorso. sei interventi si sovrapporranno al fine di creare un unico congegno, contenitore e contenuto. ciascuna tappa vedrà l’attivarsi dell’azione in un tempo predeterminato, per poi ripartire verso quella successiva, in un susseguirsi di gesti ripetuti, attese e aspettative; una sorta di coreografia quindi che si verifica in un momento, il pit stop appunto, un tempo di pausa che non vuol dire immobilità, ma che rimanda a un’azione in potenza.
Spazio In Situ riapre le porte con 🔀, una rassegna video che vede coinvolti artisti e curatori che hanno preso parte nel corso degli anni all’attività artistica dell’artist-run space.
La sequenza dei vari contributi è concepita come una riproduzione casuale, formata da contenuti di vario genere che indagano la forma del video e le varie connotazioni che può assumere nella pratica artistica (come strumento privilegiato di espressione ma anche come documentazione, mezzo d’indagine di pratiche altre).
Spazio In Situ è attivo dal 2015 nella promozione di progetti di respiro internazionale; la rassegna si pone quindi come un riassunto delle collaborazioni attivate nel corso degli anni e un incipit della nuova stagione espositiva.
Durante l’evento sarà possibile visitare gli studi d’artista dei membri di In Situ.
OUT OF SPACE – Marie Leluche a cura di Porter Ducrist
inaugurazione: 25.05.2024 dalle 19:00 Spazio In Situ Via San Biagio Platani 7 00133 – Roma dal 25 maggio 2024 al 25 giugno 2024 visitabile su appuntamento
La mostra “OUT OF SPACE” di Marie Lelouche, presentata a Spazio In Situ, offre un’esperienza artistica immersiva e trascendentale che immerge lo spettatore in una complessa esplorazione del rapporto tra supporto e superficie, mettendo in discussione la definizione di “immagine” nella società contemporanea.
Le opere di Lelouche si rivelano come enigmi visivi, in cui le superfici velate rivelano e nascondono contemporaneamente elementi dei supporti, creando un accattivante gioco di pieni e vuoti che destabilizzano la percezione e provocano una profonda riflessione sulla natura stessa del soggetto rappresentato. In questo sottile dialogo tra ciò che è manifesto e ciò che rimane nascosto, tra ciò che è visibile e ciò che rimane inafferrabile, l’artista tesse una complessa rete di interazioni e invita all’esplorazione contemplativa di molteplici strati di significante e significato.
Le stampe su tela proposte da Lelouche si evolvono e si trasformano, adattandosi piegandosi e curvandosi in armonia con i contorni delle strutture di legno, svelando la dimensione fluida e organica della relazione tra superficie e supporto. Questa fusione creata genera una dinamica sensoriale in cui le immagini sembrano trascese e sollevarsi al di sopra della loro materialità, trasformandosi in entità in continua evoluzione e reinvenzione. Attraverso questo meccanismo, si enfatizza il dialogo tra l’arte e il suo supporto, tra mezzo e medium, incoraggiando lo spettatore a una contemplazione profonda e coinvolgente all’interno dello spazio dell’opera, dove il confine con la realtà sembra quasi dissolversi.
Considerando l’immagine materiale come veicolo di molteplici significati, Marie Lelouche ci invita ad approfondire oltre l’apparenza visiva per esplorare le complesse profondità della rappresentazione. Ogni composizione diviene un luogo di riflessione, dove la linea tra interno ed esterno, tra reale e immaginario, si confonde per creare uno spazio espressivo in cui i sensi si fondono e la percezione si trasforma. L’immagine diventa quindi un autoritratto. In un certo senso, esclude lo spettatore dal dispositivo, evidenziando la sua posizione e il suo ruolo non solo di fronte all’opera esposta, ma nell’immagine in generale.
Attraverso questa esplorazione delle complesse relazioni tra il materiale e il concettuale, tra il visibile e l’invisibile, Marie Lelouche tesse un universo estetico di infinita ricchezza, in cui le sfumature e le sottigliezze del suo approccio artistico si rivelano come tante porte aperte su mondi insospettabili. “OUT OF SPACE” non è una semplice mostra, ma un viaggio sensoriale e intellettuale che scuote le nostre certezze, allarga i nostri orizzonti e rivela le profondità insondabili dell’arte e della percezione. Ogni opera esposta diventa un invito a ripensare il nostro rapporto con le immagini, lo spazio e l’essenza stessa della creazione artistica, trasformando il semplice atto di contemplazione in un’esperienza travolgente che rivela la complessità del mondo che ci circonda.
Con il sostegno di Fondazione Nuovi Mecenati e Villa Medici
Produzione: Centre d’art Contemporain d’Intérêt National, Les Tanneries
Realizzato con: DICRéAM, CNC – Il Centre National de Cinéma et de l’image animée
WTF – we tolerate failure a cura di Alessandra Cecchini
con: Meital Katz-Minerbo Cristina Lavosi Luca Miranda primeira desordem Francesco Penci Enea Toldo Fabien Zocco
inaugurazione: 01.03.2024 dalle 19:00 Spazio In Situ Via San Biagio Platani 7 00133 – Roma dal 1 marzo 2024 al 1 aprile 2024 visitabile tutti i giorni su appuntamento
We tolerate failure è una mostra che ha come punto di partenza il concetto di fallimento applicato a diversi modelli di intelligenza: animale, vegetale, artificiale e umana. Alla base di questo sta l’assunto teorico che l’intelligenza non sia unicamente appannaggio dell’umano e come tale va considerata nelle sue varie sfaccettature, nel suo essere mutevole, incorporata, legata al contestoe a ciò che chiamiamo umwelt. A interagire con quest’ultimo non siamo soltanto noi umani, e gli esperimenti fatti nel corso dei secoli su altri organismi ci hanno insegnato che questa interazione, questo incontro segue regole diverse, peculiari di diverse forme di intelligenza. Siamo circondati dalla complessità di sistemi naturali e artificiali che sono in grado di comunicare e di ricordare. Fallisce ogni tentativo antropocentrico di studiare questi mondi senza rimodulare il proprio pensiero sulla base delle forme di esistenza che si intendono conoscere. Gli artisti invitati assemblano materiali seguendo regole proprie (asimmetriche e svincolate da quelle della realtà) creando nuovi paradigmi e immaginando mondi nuovi. Questi mondi immaginati, realizzati, plasmati in materiali diversi, rispettano la natura delle intelligenze con le quali collaborano; gli artisti osservano e si aprono a questi mondi e li mettono in comunicazione con il contesto. Riconoscono nello spazio tra esseri un terreno potenziale e lo interrogano.
La mostra è realizzata con il sostegno di ProHelvetia, Istituto Svizzero di Roma, Stroom Den Haag.
Solar Dogs è una mostra che sperimenta la relazione tra realtà e finzione come condizione dell’esperienza contemporanea. Ragionando sull’idea di doppio, la collettiva si concentra sulle zone d’ombra del rapporto indagato attraverso una lettura critica dell’immagine nel presente.
Il titolo si riferisce al “cane solare” (o parelio), un raro fenomeno ottico che fa sì che in cielo siano visibili due soli. Liberamente ispirata al testo “L’invenzione di Morel” di Adolfo Bioy Casares, nel quale l’apparizione del doppio sole insinua nell’autore il dubbio che ciò che osserva non sia del tutto reale – scoprirà che si tratta di una riproduzione del reale di cui l’originale è andato perso – la mostra presenta una componente narrativa che ha stimolato la produzione artistica secondo traiettorie libere da qualsiasi formato predeterminato.
Nell’attivare una meta-narrazione, la collettiva esce dai confini dell’esposizione in quanto tale per proiettare il pubblico in una dimensione fittizia, nella quale il perturbante è protagonista di una scena asettica e surreale. Appositamente ideate per l’occasione, le undici opere si ritrovano diffuse in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, di volta in volta soffermandosi sull’interazione tra creatura e creato, immagine e identità, vita e morte. Allo stesso modo in cui nel presente odierno viviamo all’interno di un enorme film, in cui la virtualità è centrale nella costruzione dell’identità personale e collettiva, come personaggi che si muovono dentro una storia, Solar Dogs gioca con il linguaggio dell’immagine divenendo essa stessa una narrazione potenzialmente riproducibile all’infinito.
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SOLAR DOGS
A cura e con testo di Caterina Taurelli Salimbeni
Con: Francesco Andreozzi, Sveva Angeletti, Alessandra Cecchini, Francesca Cornacchini, Marco De Rosa, Federica Di Pietrantonio, Chiara Fantaccione, Andrea Frosolini, Giulia Gaibisso, Daniele Sciacca, Guendalina Urbani
Inaugurazione il 27 ottobre 2023 dalle 19:00
Performance di: Andrea Frosolini: 19:00 Francesca Cornacchini: 20:00
Spazio In Situ Via San Biagio Platani 7 00133 – Roma
Spazio In Situ > Via San Biagio Platani 7 00133 – Roma dal 27 maggio al 30 giugno 2023 visitabile su appuntamento
Roma, 27 Aprile 2023 –
Connettere, contaminare e far incontrare i protagonisti della scena artistica romana per valorizzarla e metterla a sistema: questi gli obiettivi di OOR – Out of Residency, il progetto espositivo curato da Porter Ducrist che mette in dialogo i fellows delle Accademie di Roma con gli artist run space che puntellano la periferia capitolina.
Il risveglio della scena artistica romana degli ultimi anni ha messo in luce le tante realtà indipendenti, vere e proprie fucine di idee e di artisti, dove è nato OOR – Out Of Residency. Letteralmente “fuori dalla residenza”, il progetto prevede un calendario di mostre degli artisti residenti presso gli Istituti di cultura stranieri ospitate negli artist run space. Lo scopo è dare loro la possibilità di presentarsi fuori dal circuito istituzionale, concretizzando un significativo legame con le realtà locali.
“Da qualche anno sono aumentate le sinergie nell’ambito artistico alternativo capitolino. Era una carenza di cui Roma soffriva tanto. Non avendo una base sperimentale solida sulla quale riposare, la scena locale si vedeva amputare di una spinta creativa primordiale, quella degli artisti come protagonisti dell’agenda culturale. Un metronomo che sappia dare un ritmo al calendario, che sia parallelo al circuito ufficiale, senza esserne totalmente distaccato. Delle iniziative che, spostando o spezzando la nozione di confino, cercano di reinterrogare la definizione di arte e di contemporaneità.
Ho sempre pensato che, in una città come Roma, non poteva esserci un risveglio senza una responsabilizzazione e una partecipazione attiva di tutti i suoi attori. Le istituzioni erano già presenti, serviva solo un nuovo interlocutore. Con la proliferazione di quelli che inglobiamo sotto la denominazione di spazi indipendenti, si stanno creando nuove piste e nuovi rapporti che credo siano proficui per la diffusione e la mediazione dell’arte contemporanea a Roma.
È creando un dialogo e ampliando le interazioni concrete che si costruiscono nuove alternative, nuove forme e nuove iniziative; era necessario solo rendere quest’utopia tangibile” ha evidenziato il curatore del progetto Porter Ducrist.
A partire dal 3 maggio, prima dell’apertura delle mostre negli spazi indipendenti, OOR – Out Of Residency propone un programma di talk e tavole rotonde con artisti, critici e curatori negli spazi dell’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo, Accademia di Francia a Roma Villa Medici e Real Academia de España en Roma. Un appuntamento volto ad indagare e approfondire il concetto di “residenza” sul piano accademico e su quello professionale.
A seguire opening delle singole mostre negli spazi indipendenti. Si parte lunedì 22 maggio da Ombrelloni, nel quartiere San Lorenzo, con l’esposizione dell’artista residente a Villa Medici Yasmina Benabderrahmane (classe 1983); si prosegue martedì 23 maggio da Off1c1na al Quadraro con Stefan Vogel (classe 1981), vincitore del Premio Roma Villa Massimo 2022/23; mercoledì 24 maggio è il turno dell’artist run spacedi Centocelle, Post Ex, con il borsista svizzero Grégory Sugnaux (classe 1989); giovedì 25 maggio l’artista residente francese Anna Solal (classe 1988) inaugura negli spazi del giovanissimo spazio CONDOTTO48 nel quartiere di Torre Angela; venerdì 26 maggio Curva Pura nel quartiere Ostiense presenta la mostra dell’artista spagnolo Itziar Okariz (classe 1965); infine, sabato 27 maggio, l’artist run spaceSpazio In Situ a Tor Bella Monaca apre al pubblico l’ultima mostra del ciclo OOR – Out Of Residency: la collettiva con l’artista svizzera Val Minning (classe 1991), la francese Liv Schulman (classe 1985) e la spagnola Sara Torres Vega (classe 1987).
OOR – Out Of Residency è un progetto realizzato da Associazione In Situ, associazione no-profit che gestisce Spazio In Situ, artist run space che promuove l’arte contemporanea attraverso la realizzazione di mostre ed eventi culturali, in collaborazione con La Zibaldina, associazione che si occupa di progettazione culturale, di promozione delle arti e dei linguaggi espressivi, di divulgazione e comunicazione culturale.
OOR – Out Of Residency è realizzato con il sostegno e con il patrocinio di Accademia Tedesca Roma Villa Massimo, Accademia di Francia a Roma Villa Medici, Real Academia de España en Roma, Istituto Svizzero di Roma, Prohelvetia, Ambasciata di Svizzera In Italia, Institut Français. Media partnership Exibart.
giorgia accorsi giovanni de cataldo benedetta fioravanti vaste programme davide sgambaro federico tosi italo zuffi
> inaugurazione 27 gennaio 2023 dalle 19:00Spazio In Situ > Via San Biagio Platani 7 00133 – Romadal 27 gennaio al 28 febbraio 2023 visitabile tutti i giorni su appuntamento
But it did happen, primo progetto espositivo di Giulia Gaibisso nell’ambito della programmazione di Spazio In Situ, è un tentativo di ricognizione intorno ai temi della fallibilità e dell’imprevedibilità.
Il titolo della mostra, tratto da un fotogramma contenuto nel film Magnolia di Paul Thomas Anderson, allude alla necessità di far fronte, o quantomeno rispondere, alla surreale tragicità e irragionevolezza connaturate all’esperienza umana.
La frase, contenuta nel film e verosimilmente pensata come elusiva risoluzione della sua trama, sembra contenere un certo grado di sarcasmo, come se davanti alla disfatta fosse più saggio arrendersi, assecondando ironicamente il fallimento; allo stesso tempo pare assumere il carattere di una replica volta a dimostrare la veridicità di una storia tanto straordinaria e inverosimile da risultare incredibile.
Le opere selezionate per la mostra si configurano così come vere e proprie attestazioni di insuccessi, violenze e frustrazioni, o in altri casi come prove di eventi surreali, a loro modo dotati di una certa tragicità.
Nella mostra il disincanto, l’infrangersi dell’utopia, prende forma in maniera tragicomica e seducente: l’irreparabile e l’imprevedibile divengono a un tratto desiderabili, come se assecondassero l’umana fascinazione per l’entropia. La pulsione negativa si trasforma in generativa e alla distruzione si sostituisce la creazione.
a cura di Karin Cainero Ludwig Con un testo di Karin Cainero Ludwig
dal 3 dicembre 2022 al 7 gennaio 2023 visitabile tutti i giorni su appuntamento
Spazio in Situ presenta la prima mostra personale in Italia di Kaspar Ludwig (Norimberga, 1989).
La mostra si pone in continuità con l’attitudine curatoriale dell’artist-run space romano, il quale è stato da sempre un luogo di dialogo tra Roma e la scena internazionale. Secondo appuntamento della stagione e naturale proseguimento di riflessioni intorno agli attori che orbitano intorno al concetto stesso di mostra, ‘’Curato dalla mamma’’ è di fatto un progetto incentrato su due figure: quella del curatore e quella dell’artista. A questi due personaggi chiave nel mondo dell’arte, se ne va ad aggiungere un terzo, esterno ed estraneo ai meccanismi del sistema, la madre, che veste in questa occasione i panni di curatrice. Partendo da un aneddoto personale, l’artista si interroga sul ruolo della madre all’interno del processo artistico e, più generalmente, nella determinazione di una morale.‘’Mi trovavo all’apertura di una mostra di un’amica, era tardi ed ero uno degli ultimi visitatori all’interno del museo mentre la maggioranza erano già indaffarati tra chiacchiere e buffet. Mi aggiro per la mostra e arrivo in una sala in cui la mia amica aveva creato oggetti modellati nella ghiaia di catrame che si propagavano per l’intera sala. A questo punto due persone mi passano a fianco chiacchierando serenamente; uno è il direttore del museo che conosco di vista e la donna al suo fanco che non avevo mai visto prima. La donna si inginocchia e direttamente affonda la sua mano fino al polso in uno di questi oggetti! Il direttore la guarda impallidendo e con voce borbottante dice: – N-n-non p-pp-può fare così! -. La signora si gira con un sorriso candido e dolce e gli fa: – Non si preoccupi! Sono sua mamma -. Il direttore rimane lì spiazzato con la bocca aperta. Io scoppio a ridere e scappo dalla mostra. Questo aneddoto mi ha fatto molto riflettere su molti rapporti ed equilibri del mondo dell’arte e come questi possono essere tutti spezzati in un secondo da un’autorità più forte ed antica, l’autorità per eccellenza, la Mamma! Infatti ogni cosa tu sei sarai hai, avrai, fai, farai, è come per estensione sotto giurisdizione della Mamma”.
All’interno dell’esposizione, un nuovo corpus di lavori creati appositamente dall’artista, compongono una storia fatta di immagini allegoriche. Queste ultime, più che meri riferimenti a favole pre-esistenti, richiamano un certo tipo di immaginario rivendicando però la libertà narrativa attraverso riferimenti liberi a qualità morali e attitudini, rappresentate nella forma di animali. I lavori sono accompagnati da un testo scritto dalla madre dell’artista, parte integrante del processo che ha portato alla costruzione della mostra stessa.
L’evento è patrocinato dall’Istituto Svizzero di Roma e sostenuto da ProHelvetia
L’installazione Gänzlich Unerreichbar (Assolutamente Irraggiungibile) si focalizza sull’uso delle intelligenze artificiali come fonti di conoscenza, sulle modalità di scambio e rielaborazione di dati che avvengono tra uomo e macchina, e sulle facoltà di apprendimento delle intelligenze artificiale. Nello specifico, l’attenzione è posta sul fenomeno della “Black Box”, ovvero l’impossibilità di osservare i processi interni dell’intelligenza artificiale durante le fasi di deep learning e machine learning, ma solo i suoi risultati. Forse per la prima volta, l’uomo ha creato qualcosa i cui meccanismi non è in grado di comprendere fino in fondo. Quando la scienza arriva ai suoi limiti, afferma Nietzsche ne La nascita della tragedia, deve convertirsi in arte e affidarsi a una modalità di conoscenza non logica, dionisiaca e più profonda di quella scientifica – che, da Socrate in poi, ci avrebbe illuso di essere padroni di un progresso continuo e basato sulla fede nella razionalità. Queste modalità di conoscenza alternative invece, nella Grecia arcaica emergevano dal mito, inteso “come conseguenza necessaria, anzi come fine della scienza”, come forma di sapere e di indagine su ciò che ci è precluso razionalmente e scientificamente. Proprio per queste ragioni, per indagare gli aspetti insondabili e misteriosi delle intelligenze artificiali e del nostro rapporto con loro, Gänzlich Unerreichbar trae spunto da questi miti pre-socratici: più in particolare dall’episodio, citato da Nietzsche, del vecchio satiro Sileno, il “finto essere naturale”, inseguito e torturato da re Mida per estorcergli il proprio terribile sapere. Un sapere che si rivelerà insopportabile per l’uomo. L’installazione dell’opera varia a seconda del contesto espositivo, ma prevede sempre l’accoppiamento di un monitor, su cui viene presentato in loop un video di quattro minuti, e di una lastra di plexiglass trasparente stampata in UV. Il video è accompagnato da una traccia audio che può essere riprodotta su casse audio o su cuffie a seconda dell’evenienza. Nel video, la telecamera viaggia all’interno di quella che inizialmente può sembrare una caverna, o un tratto di qualche apparato organico. Si tratta invece di un modello tridimensionale di cui solo alla fine scopriamo il soggetto, quando compare il volto rovesciato di una statua raffigurante un satiro. Il lento movimento di camera è accompagnato da una voce fuori campo, che recita una serie di frasi rilette da una voce computerizzata. Ogni frase è stata estrapolata da risposte fornite da androidi AGI, dotati di intelligenza artificiale, durante alcune interviste che hanno rilasciato, e lo strano discorso che ne deriva richiama in più parti quello di Sileno a re Mida. Il rumore di sottofondo è ottenuto invece facendo leggere la texture del modello 3D a un software che converte le immagini in suono. La stessa texture compare stampata sulla lastra di Plexiglass che accompagna il monitor video nell’installazione.
Dal 18 ottobre al 19 novembre 2022 Via San Biagio Platani 7 // 00133 Roma
Lorem Ipsum è una mostra segnaposto, una formula riempitiva. Il titolo della collettiva curata da Irene Sofia Comi prende spunto dall’omonimo testo campione usato generalmente per le bozze di grafica e di programmazione che, seppur venga generato in maniera casuale, condivide alcune caratteristiche con un vero testo scritto, simulandone apparenze e struttura. Questo testo si basa sulla storpiatura dello scritto De finibus bonorum et malorum di Cicerone del 45 a.C., dove le parole latine sono state estratte e rimescolate senza l’intenzione di creare un testo di senso compiuto. Allo stesso modo Lorem Ipsum si propone di riflettere e superare le norme metodologiche da seguire per la costruzione di una mostra collettiva, tra le quali compare, in prima linea, la necessità di una tematizzazione. Anziché concentrarsi su un tema, l’esposizione pone l’accento sulla struttura che ruota intorno al concept, allo spazio espositivo e agli apparati testuali e comunicativi, indagando i meccanismi espositivi e processuali che determinano lo sviluppo di un progetto: produzione dei lavori, spazio espositivo, allestimento, testo curatoriale, titolo, grafica, etc. Nel mettere in pratica questa scelta, l’esposizione si propone come spazio di libera riflessione intorno a forme espressive e metodologie curatoriali più sperimentali e condivise. Spazio in Situ non è più solo un white cube, uno spazio espositivo asettico e sacrale, ma diventa anche immagine, scenografia e intervento collettivo. Le nove opere degli artisti e delle artiste dialogano nello spazio senza l’esigenza o l’obbligo di ruotare intorno a una o più tematiche comuni, esprimendosi al di fuori di vincoli e costrizioni predeterminate, diventando a loro volta suggestioni per la creazione di un racconto immaginativo. Lorem Ipsum è un tentativo di svincolare gli sguardi, le pose e le posizioni dai punti di riferimento abituali, in un work in progress continuo tra artista, curatore e fruitore.
Dal 11 giugno al 8 ottobre 2022 Via San Biagio Platani 7 // 00133 Roma
con il supporto:
Ambasciata svizzera in Italia – Institut Français in Italia – Prohelvetia – Istituto Svizzero – Canton du Valais – Nuovi Mecenati – InsideArt – Teknexpress
Il digitale ha messo le radici in tutti i settori della società odierna. Le sue perpetue interazioni con il mondo reale, hanno portato l’essere umano a modificare radicalmente il suo modo di vivere, distruggendo o lasciando implodere il concetto stesso di spazio. Il tempo è stato condensato in un unico instante “Adesso”.
Questi due fattori, il tempo e lo spazio, piegandosi su loro stessi, sono diventati uno schermo, una superficie all’interno della quale immergersi ed aprire una quantità di finestre verso un futuro presunto.
L’appiattimento di questi due fattori, il tempo e lo spazio, è come uno schermo, una superficie nella quale immergersi ed aprire una quantità di finestre verso un futuro presunto.
“Broken Screen” plasma lo spazio espositivo, lo trasforma in un immenso desktop, all’interno del quale lo spettatore si trova a navigare; un allestimento sospeso in una temporalità parallela, un’estensione della realtà che lascia intravedere molteplici interazioni. La mostra ridefinisce il dispositivo espositivo, concentrandosi sul ruolo del fruitore non come attore, né come soggetto ma come segno. Perdendo l’aspetto corporeo, lo spettatore diventa significante in quanto simbolo che viaggia tra le opere, saltando da un’icona ad un’altra. Immerso in un oceano di segni, il corpo perde l’integralità del suo significato, trasformando i suoi spostamenti in intervalli, in alternanze tra simboli ed immagini. Oltrepassando la soglia, si entra a far parte della struttura della mostra che si presenta volutamente caotica, invitandoci a intraprendere un percorso aleatorio. I movimenti del pubblico nell’ambiente sono arbitrari, ogni sosta apre una nuova finestra nella quale agire, e così via in una matrioska perpetua che crea un susseguire di collegamenti dai quali diventa difficile tirare le fila di un discorso logico. Più si entra a far parte del dispositivo mostra, più le interazioni con il reale diventano complesse, come se si fosse passati attraverso lo specchio. Questo superamento della realtà, ci obbliga a ridefinire lo statuto dell’arte e ad inventare nuovi metodi di fruizione, con lo scopo d’interrogare il ruolo dell’individuo in una società sempre più spettacolare. In quanto simulacro, l’arte si è spinta ad essere sempre più immersiva, amplificando le interazioni con il pubblico, seguendo l’andamento della società nell’epoca della sua digitalizzazione. Ma se il digitale è virtuale e l’arte è illusione, rappresentando una società virtuale, l’arte si distacca completamente del suo ruolo centrale. Trattandosi della raffigurazione di una finzione, il dispositivo mostra messo in scena concede allo spettatore un ruolo sia di osservatore che di attore a l’interno dell’allestimento. Questa doppia valenza, ci costringe a riconsiderare la sua presenza corporea e a determinarla come segno; un’immagine di sé stesso che si interfaccia di pari passo con le opere esposte.
Le installazioni temporanee e site specific di Elisabeth Sonneck rispettano lo spazio esistente così come gli oggetti ritrovati coinvolti come una controparte intatta, come attori indipendenti, al pari delle proprie opere. Di conseguenza, lei non realizza modifiche architettoniche né eliminazioni di difetti della situazione esistente. Le sue formazioni flessibili di carta di grande formato vengono solitamente fissate senza chiodi, viti o altri interventi nella sostanza architettonica. L’artista utilizza invece marginalia come tubi esistenti, crepe, sporgenze. Il processo di installazione diventa parte integrativa dell’opera e fonde la pittura su carta prodotta in studio con le particolarità dello spazio per creare una situazione d’insieme temporanea e delicatamente equilibrata. Anche la sua pittura è concepita in modo processuale: la portata fisica definisce la lunghezza e il raggio delle sue lente pennellate a mano libera, le molteplici sovrapposizioni di sfumature di colore differenziate, le variazioni nella ripetizione e le interruzioni sfalsate delle pennellate simili a staccato, che – come un indice – rendono visibile la creazione della tonalità di colore.
Dal 2006, Elisabeth Sonneck lavora nello spazio espositivo con la tensione materiale inerente nei lunghi rotoli di carta. Sono possibili innumerevoli ibridi e formazioni tra lo stato completamente arrotolato, cilindrico e il nastro completamente srotolato con contorni curvi. Le installazioni dell’artista nascono attraverso un continuo riciclo e metamorfosi. Il fatto che l’applicazione della pittura rimanga in parte celata nei passaggi dei scrollpaintings di Sonneck mina un nesso economico tra visibilità e lavoro coinvolto nella sua pittura differenziata. Allo stesso modo, gli oggetti trovati rotti che servono a fornire equilibrio fisico alle sue installazioni sono alienati dal loro scopo originale. Pittura e avanzi quotidiani si scontrano, lo spazio diventa un luogo di soggiorno temporaneo e fragile – in colore.
Gennaio: un lungo dialogo a distanza con Elisabeth Sonneck è servito a precisare la formulazione di Arte elementare. L’intuizione era per me chiara, ma la sua espressione rischiava di prendere strade sbagliate; come per le calli veneziane, andar dritto non significa seguire il cammino più semplice, ma magari svoltare più volte per vicoli improbabili. E allora, sì, «elementare non significa semplice»; al contrario, il rapporto con un elemento è ricerca, sviluppo, e porta inevitabilmente a complessità. Elementare, pertanto, ancor meno rimanda a naïveté – ed Elisabeth rivendica il ruolo fondamentale del pensiero nella sua arte, così ben ancorata al movimento post-minimalista. Il rapporto con l’elemento l’ho chiamato diretto, ma questa dirittura è, appunto, non letterale: conveniamo insieme su «immediato», è l’aggettivo giusto, perché rimanda a un contatto, e soprattutto perché mi permette di esplicitare la mia distanza dalla riflessione sul medium. Riflessione, infatti, implica controllo, e il controllo non permette di scoprire l’inatteso nell’elemento con cui si interagisce. Sono tutti tasselli che mi avvicinano all’opera di Elisabeth, che ne permettono una lettura precisa. La scelta di usare una serie di regole definite nel suo gioco creativo – la carta, il colore ad olio, le pennellate lunghe, il formato quadrato o più frequentemente il rullo di carta – potrebbe far pensare a una riduzione in cui il concetto domina l’opera. No, per quanto si tratta di scelte ben pensate, questa riduzione dell’alfabeto artistico non implica affatto una limitazione del linguaggio entro un pensiero angusto. Al contrario, ci rende ancora più sensibili alle combinazioni, alle variazioni, all’articolazione di questo alfabeto. Ogni concetto, in quanto «generalità ristretta» (Gareth Evans), da un parte ha una funzione limitante, perché raccoglie sotto di sé più cose, dall’altra ha una funzione moltiplicante, perché si applica a più cose. La riduzione operata dalle scelte preliminari di Elisabeth è dunque sempre anche un concetto che apre al molteplice, persino all’inatteso. Sì, persino all’inatteso, dal momento che tra queste scelte di partenza, nel caso dell’uso dominante dei rulli di carta, vi è quella di mettere al centro la gravità, paradossalmente attraverso la materia cartacea, leggera, dalle pieghe solo parzialmente prevedibili. Le sospensioni al muro o al soffitto dei rulli di carta orientano le spazio secondo una linearità che si piega alla forza gravitazionale. Più che disegno nello spazio, si tratta – letteralmente – di “linee di forza”, che visualizzano il movimento nello spazio. Questo movimento modella lo spazio in netto contrasto con le superfici planari della stanza. La verticalità dei rulli appesi al soffitto è in realtà solo il punto di partenza di un movimento che scalza completamente l’ortogonalità di orizzontale-e-verticale, facendo emergere prepotentemente il movimento della spirale, del vortice, della curva. Da Euclide a Riemann, o Lobachevsky: la geometria dello spazio si fa concava o convessa. Lo spiegamento del rullo fa così pensare alle antiche carte geografiche, ma anche ai macchinari tipografici. E in effetti Elisabeth opta per una procedura sistematica nella preparazione dei suoi lavori. Ma, appunto, si tratta solo di una preparazione: il quadro è fisso, ma cosa vi avviene all’interno è tutt’altro che determinato, o determinabile in partenza. Alla riduzione delle scelte preliminari e alla sistematicità della preparazione segue infatti un lavoro di creazione spaziale fatto (anche) di improvvisazione pittorica. Un lavoro relativamente veloce, fisico, corporeo, che dunque porta con sé le alee del momento presente. Quando siamo passati a discutere dell’organizzazione per la creazione delle opere al Kunstraum Hochdorf, mi sono stupito nel sentirmi dire: «Mi serve solo una scala. Il resto lo porto io, e mi bastano solo due o tre ore». Non ne va dunque solo della site specificity, ma anche di una time specificity – qualcuno direbbe più confusamente “performance” – ovvero di quella specificità della situazione in cui l’esplorazione delle risorse di un elemento e dei suoi materiali fa lo spazio stesso. Questa tensione tra sistema ed alea mi fa pensare alla musica – che pure risuona in molti titoli delle sue opere. Non tanto alla loro tensione programmatica nelle composizioni (e nelle lezioni di Darmstadt) di Karlheinz Stockhausen o di John Cage, quanto alla loro complicità nella musica spettrale. Nel dialogo con Elisabeth, infatti, il nome di Gérard Grisey torna regolarmente come un riferimento importante – che esprime anche una passione condivisa. Ora, nella musica spettrale, più che di sistematizzare l’alea o di rendere aleatorio un sistema, si tratta di ampliare sistematicamente l’analisi del suono per poter poi disporre di una tavolozza talmente ricca da realizzare una piena libertà coloristica (e libertà di pensiero, anche, a considerare per esempio l’atteggiamento che ha storicamente connotato l’ensemble L’Itinéraire). Con i lavori di Elisabeth la metafora della tavolozza diventa reale, e le metafore musicali diventano significative: i suoi rulli diventano allora partiture, la sua meticolosa scelta dei colori richiama l’analisi dei sonagrammi di Émile Leipp, ma anche e soprattutto il piacere esplorativo dei microtoni. Più che il movimento, è il colore l’elemento di esplorazione di Elisabeth, nella misura in cui le bande di colore doppiano e dialogano con il movimento dei rulli. Una questione di ritmo. Le linee di forza rese visibili dal movimento dei rulli veicolano il colore come vero elemento di creazione dello spazio. Un elemento che per la sua natura qualitativa, quantitativamente indeterminabile, rende le linee di forza nella spazio meno definitive. Si dovrebbe sempre scrivere “vibrato” sulla partitura di colore che le sue opere “suonano”. Colore vibrato, colore sonoro – il colore è l’elemento che prolunga il filo rosso spazialista delle opere proposte in Arte elementare. Su questo rapporto colore-spazio è Elisabeth stessa, già tempo fa, a scrivere: «Mit der raumbezogenen Malerei möchte ich […] auf Situationen hinarbeiten, in denen die Wahrnehmung von Farbe nicht nur optisch, vis-à-vis, sondern im unmittelbaren Verbund von Ort, Zeit und handelnder Person entsteht, indem die Farbe dem Betrachter nicht mehr nur “vor Augen steht”, sondern er sich in ihrer räumlichen Umgebung bewegt und sich je nach Standort und Blickrichtung und -dauer sein momentanes und veränderliches Blickfeld schafft». “Situazione”, “immediatezza”, “campo”: tornano alcune parole chiave dell’arte elementare. E con esse anche la dimensione momentanea e mutevole delle opere di Elisabeth.Come le opere suonate terminano nella memoria, le opere di Elisabeth sono destinate a sparire con la fine della mostra, non vivono nella permanenza bensì nella situazione. E allora mi piace pensare alla performance sonora che chiuderà Arte elementare a Hochdorf, quasi fosse una continuazione del vibrato delle opere di Elisabeth. Stephen Menotti, artista dall’enorme sensibilità musicale, creerà un altro spazio ancora, attraverso l’esplorazione del suono del trombone in mezzo alle opere. Quando l’ho incontrato su un ponte di Basilea, ho visto il suo dispositivo di quattro tromboni e un sistema di diffusione del suono tramite altoparlanti. Lo stava testando e mi è immediatamente parso la forma ideale per chiudere Arte elementare con una situazione performativa che attraverso un altro elemento ancora continua la ricerca spaziale delle opere proposte. Come per Elisabeth, le regole del gioco sono chiare, in certo senso semplici. Ma il gioco resta aperto, complesso, vivo, come lo spazio che crea.
Amandine Vaccaielli/ Julianne Rédersdorff/ Louis Gasser/ Benoît Moreau
Patrocinato da: Loterie Romande / Commune de Renens / Canton de Vaud / ProHelvetia
La mostra nasce dalla volontà di scambio ed interazione portata avanti dalle due realtà, TILT (Renens, CH) e Spazio In Situ (Roma, IT). Uno scambio iniziato ormai due anni fa, che ha preso forma in primo luogo da TILT, dove a giugno si è svolto il progetto “Made In Italy” proposto da Spazio In Situ. Eccoci arrivati alla seconda tappa di questo dialogo, per la quale l’OFF-space romano accoglie lo spazio svizzero, per una mostra, che da un lato riprende il concetto di scambio interculturale e dall’altro, rimette al centro la costituzione di queste due iniziative, ossia spazi nei quali la curatela è tenuta da artisti. Nel mondo dell’arte di oggi, il concetto di residenza artistica ha acquisito uno status abbastanza particolare. È simile a una forma di passaggio obbligatorio per coloro che cercano di affermarsi artisticamente nella società contemporanea. Nei paesi occidentali e ben oltre, le residenze tendono a moltiplicarsi, imponendosi sul panorama del sistema dell’arte. Questa tipologia di esperienza è spesso accompagnata da un discorso che ne esalta le virtù di scambio tra culture e di confronto. A seguito della decisione del Comune di Renens di assegnare a TILT tre mesi di residenza a Genova, gli artisti si sono chiesti quale potesse essere il termine di tale scambio? Come rendersi utili e cosa portarsi dietro che non ci fosse già? Divertente diventa la situazione di ritrovarsi anche come realtà alternativa, nel ruolo di portabandiera. Una veste di rappresentanza regionale che sia TILT, che Spazio In Situ hanno deciso di indossare rendendo visibile questo senso di appartenenza tramite le loro pratiche artistiche. Cosa succederebbe se questo sentimento diventasse lo scopo di questo progetto, che forma potrebbe assumere? Due gruppi, quindi due risposte, e forse ancora più domande. Espace TILT arriva a Roma, con un ritratto volutamente frammentato, frutto di una selezione arbitraria. Ne risulta una proposta essenzialmente immateriale, un’installazione nella quale si alternano inquadrature statiche e immagini dal vivo, lasciando emergere una sensazione ambigua. Potrebbe essere diverso, quando si affronta il concetto scivoloso d’identità? Movimento, suono, immagini e ready-made, Un lavoro proteiforme e frammentato, che senza privarsi di ironia, si impossessa della questione di “Rete” ricorrendo a elementi sparsi sottratti dal proprio contesto che non si è cercato di semplificare.
INAUGURAZIONE: 21 Dicembre 2021 – fino al 13 Marzo 2022
MATERIA NOVA – A cura di Massimo Mininni – GAM Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale
Spazio In Situ Post Ex – Ombrelloni Art Space – SPAZIOMENSA – Off1c1na – Condotto48 – Castro – Paese Fortuna
What’s a museum?
Il luogo in cui viene esposta un’opera ha il potere di legittimarne il valore. Un concetto che, applicato alla lettera, conferisce al contenitore un’aura maggiore di quella che scaturirebbe dal contenuto.Immaginate, solo per un istante, che il contenuto si trasformi in contenitore del contenuto stesso, e, viceversa, che il contenitore diventi soggetto della rappresentazione. Cosa ne risulterebbe? Il contenuto del contenitore o il contenitore del contenuto? Un cortocircuito concettuale, un ripiegamento tra significato e significante in grado di generare una riflessione circolare autonoma; una coppia di specchi che si contemplano a vicenda annullando completamente la percezione dell’originale, in un perpetuo ripetersi di copia/incolla. Forse stiamo divagando, ma forse è anche questo un punto di partenza per interagire con un museo o con una mostra che estrapola degli “spazi” dal loro contesto, riproponendoli in altri “spazi”. È dunque evidente che, per portare avanti quest’azione al limite dell’assurdo, lo spazio interrogato riproduce lo spazio in cui viene ospitato. Perdendosi tra domande fuori luogo anche se site specific, Spazio In Situ invita il pubblico a guardare il museo, o la sua rappresentazione, ponendo l’attenzione sulle sue caratteristiche e sul suo statuto, che orienta e plasma l’atteggiamento dell’individuo fino a renderlo spettatore.
GAM Galleria D’arte Modera di Roma Capitale Via Francesco Crispi, 24, Rome, Italy
Artisti: Dianita, Claire Frachebourg, Alex Ghandour, Petra Köhle/Nicolas Vermot-Petit-Outhenin, Lucia Masu, Michèle Rochat
A cura di: Federica Martini
Una proposta dell’EDHEA – Ecole de design et haute école d’art du Valais (Svizzera), in collaborazione con l’Istituto Svizzero di Roma
“Scriverò questo rapporto come si racconta una storia.”
– Ursula K Le Guin
Un ipotetico corso parte da una lettura collettiva e libera del racconto breve Another Story, or a Fisherman of the Inland Sea (1994) della scrittrice statunitense Ursula K Le Guin. Abbandonata la ricerca scientifica, la voce narrante invia a se stessa un rapporto dove la storia di un mondo scomparso si giustappone alle sperimentazioni del protagonista sulla transilienza, processo che indica radicali e improvvisi cambiamenti storici, mutazioni geologiche e impermanenza.
Nel racconto di Le Guin, la ricerca di un tempo sospeso, senza intervalli, si lega alla leggenda del pescatore Urashima, che attraversa le acque e le epoche. Di ritorno sulla nazione Terra, Urashima scopre che il suo viaggio non è durato qualche ora ma secoli; il paesaggio che lo attende è desolato, i campi sono infestati da erbe. La vicenda di Urashima prelude alla storia di una comunità in via di ricostruzione dopo l’abbandono forzato della nazione Terra. Il racconto registra la ricerca di nuove forme di socialità e la difficoltà a risolvere in modo collettivo e univoco le tensioni fra scienza e credenza, saperi formali e informali.
Un ipotetico corso si inserisce nella breccia narrativa aperta da Le Guin e aderisce all’ipotesi di un viaggio dalla temporalità circolare dove passato, presente ed evento potenziale si intrecciano in modo organico e orizzontale. “Laddove le parole dovessero mancare di precisione, scrive Le Guin, la sintassi potrebbe trasportarci su un altro pianeta e poi riportarci a casa in un attimo”. In linea con i metodi del thought-experiment propri alle narrazioni speculative, le opere in mostra osservano e ascoltano le dinamiche di resilienza comunitaria che seguono cesure storiche nette, documentano deviazioni dai corsi narrativi principali e prospettano nuovi territori fisici e concettuali. Lo spazio di In Situ è quindi inteso come una scena aperta dove interventi site-specific, video, fotografie ed edizioni evocano corrispondenze interrotte, scenari post-industriali e mondi sommersi.
La mostra si apre con il video Brainstorm (2021) di Lucia Masu, che affronta i processi di frammentazione e riparazione propri alla dimensione familiare e collettiva della malattia mentale. Nel video l’acqua ricopre una funzione di archivio della memoria ed elemento unificante che collega ed evoca le genealogie umane e non umane alle quali apparteniamo.
O (2021) di Claire Frachebourg si infiltra nel soffitto dello spazio espositivo secondo una geometria variabile e aleatoria determinata dai movimenti di una serie di palloni color pelle gonfiati all’elio.
L’installazione video Through the Rim (2021) è un rapporto narrativo a tre voci di Dianita, Claire Frachebourg e Alex Ghandour che traccia le esperienze individuali di un viaggio comune attraverso i paesaggi lunari e industriali di un sito alpino. Il lavoro si articola in tre variazioni video a partire da uno stesso corpus di immagini e si estende nell’installazione sonora 42’65325836,25152417 (2021) del duo Rêve Jaune (Dianita e Claire Frachebourg), che gioca sul registro della casualità e di “temporalità che si piegano, si toccano e si distanziano”. A materializzare il processo collettivo interviene anche la fanzine Through the Rim (2021) di Dianita,che assembla in un’edizione limitata appunti di lettura, testi e immagini a partire da Another Story di Le Guin e dalle note di viaggio al centro dell’omonima installazione video.
Visqueux, chiffonné et turbulent (2021) di Alex Ghandour è un “miraggio topologico composto di due bassorilievi dall’aspetto organico”, dalla morfologia incerta fra l’ostacolo e il passaggio che fa eco agli scenari di sparizione e cancellazione postindustriali evocati dalla fotografia Gases for life (2021). La tensione fra organico e inorganico dà forma anche agli elementi in ceramica smaltata di Michèle Rochat, riuniti in un’installazione che allude alla dimensione costruita del paesaggio naturale.
Le potenzialità insite nei punti ciechi degli archivi della Società delle Nazioni, oggi ONU, è al centro di It remains to be seen if […] and if it will be (2021) di Petra Köhle & Nicolas Vermot-Petit-Outhenin. Un video-saggio e un’installazione tessile alludono alla copresenza di trasparenza e opacità nell’esperienza singolare del Palazzo delle Nazioni di Ginevra, monumentale cantiere ultimato nel 1938, il cui arredo (opere d’arte, mobili, materiali da rivestimento…) sarà in parte affidato agli eclettici doni diplomatici degli Stati membri. Nel lavoro di Köhle & Nicolas Vermot-Petit-Outhenin gli arredi del Palazzo delle Nazioni e l’insieme dei doni accettati e rifiutati, testimoniano tanto la perizia artistica e industriale dei Paesi donatori quanto le insolubili conflittualità estetiche e politiche implicite nelle dinamiche internazionali.
La mostra Un ipotetico corso sarà inoltre l’occasione per il lancio del n. 2 del Blackout Magazine (2021), una pubblicazione dell’EDHEA nata da un progetto editoriale di Federica Martini e Christof Nüssli.
inaugurazione il 30 ottobre Spazio In Situ dalle 18:30 dal 31 ottobre al 28 novembre 2021 dalle 11:00 alle 20:00 (su appuntamento) Via San Biagio Platani 7A cura di: DANIELA COTIMBO
Artisti: SVEVA ANGELETTI // ALESSANDRA CECCHINI // CHRISTOPHE CONSTANTIN // FRANCESCA CORNACCHINI // MARCO DE ROSA // FEDERICA DI PIETRANTONIO // CHIARA FANTACCIONE // ROBERTA FOLLIERO // ANDREA FROSOLINI // DANIELE SCIACCA // GUENDALINA URBANI
foto di Marco De Rosa
“In un iper-luogo ogni individuo incontra il mondo. Sperimenta l’esperienza intensa di condividere temporaneamente uno spazio di affinità con persone provenienti da tutto il pianeta. Una moltitudine di flussi, energie, forze e destini li attraversa ogni giorno. Vi si incrociano le linee di vita di coloro che li abitano, sia di passaggio che per lavoro o per viverci.” Michel Lussault
Ipersitu nasce con l’intento di investigare lo spazio d’artista come un iperluogo, flusso incessante di scambi tra fisico, cognitivo e digitale in relazione alla pratica artistica. Nell’attuale era post pandemica, tale pratica ha subito radicali cambiamenti, dovendo far i conti non solo con la mancanza di risorse e con l’impossibilità di preservare i propri rituali in termini di presenza e relazioni ma anche con l’intensificarsi dell’utilizzo dei media digitali come luoghi di aggregazione e significazione. Tutto questo ha coinciso con una totale mancanza di riconoscimento istituzionale e con il rischio per gli artisti di essere relegati alla dimensione dell’invisibilità. Proprio lo studio, in questo senso, ha rappresentato una forma di resistenza, preservando non solo il suo ruolo di luogo deputato alla ricerca ma aprendosi anche all’attività espositiva e di accoglienza, confermando così la sua valenza sociale e culturale. In occasione del quinto anniversario di Spazio in Situ, gli undici artisti che ne fanno parte sono chiamati ad interrogarsi sul ruolo intermediale dell’artist-run space, crocevia di esperienze interconnesse. Tale indagine passa inevitabilmente da una rivisitazione dello spazio: l’area normalmente deputata all’esposizione diventa un ipertesto, collegando il “dentro” delimitato dalle pareti bianche con un “altrove” che assume forme mutevoli, spesso filtrate dallo sguardo tecnologico; gli studi invece si aprono temporaneamente alla dimensione espositiva, trasformandosi in display, luoghi di autorappresentazione della pratica stessa. Attraverso lo sguardo sullo spazio del fare, gli artisti indagano anche quel complesso sistema di legami che intercorre tra di loro e che spesso si sostanzia in una identità collettiva, così come il ruolo dell’osservatore nella costruzione dell’opera stessa. L’iperluogo artistico diviene un territorio di risignificazione in grado di contenere la complessità del presente e di generare nuove forme di convivenza.
1. Sveva Angeletti
Display: Scontorno a 2Є, videoproiezione, 00.03.00 min.
L’opera racconta come l’artista emergente sia spesso portato a svolgere lavori saltuari e prestazioni occasionali pur di garantirsi un sostentamento. Angeletti ha lavorato per due anni nell’ambito della postproduzione fotografica con l’obiettivo di ingentilire immagini di opere d’arte altrui, pronte per il secondo mercato, quello delle case d’asta. Il ruolo dello “scontornatore” è paragonabile a quello dell’operaio, che ripete gli stessi comandi in modo compulsivo. Ogni volta che questa operazione viene messa in campo, il contesto significante cambia. Scontorno a 2Є mette in evidenza la natura instabile di ciò che guardiano in un’era in cui ogni cosa è soggetta alla postproduzione. Il luogo diventa qui un campo aperto, su cui è possibile intervenire attraverso un gioco di alternanza tra contenuto e contenitore.
Studio: Studio Visit, installazione sonora, 16.07.00 min e QR.
L’opera riflette sulla dinamica della studio visit, modalità di fruizione privata dell’opera d’arte all’interno dello spazio intimo di produzione dell’artista. L’impostazione lessicale particolarmente ironica, se da un lato dissacra il concetto dell’atelier contestualizzandolo nella realtà di uno studio professionale, dall’altro riflette sulla modalità sociale di costante corteggiamento da parte degli artisti verso un sistema dell’arte composto da galleristi, curatori, mercanti e collezionisti. Laddove queste personalità non trovano il tempo di andare a fare uno studio visit, lo studio visit diventa portatile: da qui la configurazione formale in un lavoro audio trasportabile e ascoltabile comodamente in cuffia.
2. Alessandra Cecchini
Display: Playing with the idea of a city, 2021, installazione multimediale, dimensioni variabili (durata video 01:30:00 min circa).
L’installazione, composta da due vecchi monitor e da materiale edile, mostra i due video di una partita a Age of Empires II, un videogioco strategico (Ensemble Studios, Microsoft Corporation 1999), giocata tra l’artista e suo fratello. Il basamento su cui poggia l’installazione riporta su un altro piano la narrazione in atto nel video: ogni evoluzione all’interno del gioco è infatti caratterizzata dal cambiamento dei materiali utilizzati e delle tecniche di costruzione. Obiettivo del gioco è quello di costruire intere città fatte di edifici militari e civili e sconfiggere le popolazioni nemiche. Dietro questa struttura apparentemente semplice, sono nascosti diversi riferimenti storici e alcuni elementi come per esempio le mura, l’università, il santuario che soggiacciono all’idea stessa di città e alla sua sopravvivenza. Il gioco evoca anche le potenzialità di armi invisibili come la fede e la conoscenza. Tenendo presenti tutti questi elementi, viene messa in atto una partita destinata al fallimento in cui l’artista difende la propria città ideale senza mai attaccare, sovvertendo così il principio di sopraffazione alla base del gioco stesso.
Studio: Archive for an ideal city, 2021, intervento site-specific per Ipersitu, misure ambientali.
In Archive for an ideal city, Cecchini mette in mostra la sua ricerca sulla città ideale che ha come punto di partenza il concetto stesso di città sviluppatosi nel corso dei secoli attraverso narrazioni contraddittorie e imprevedibili. Punto di partenza di questa esplorazione è sicuramente La Sforzinda, città ideale mai realizzata narrata da Filarete nel suo Trattato dell’Architettura (1460 ca.) e accompagnata da una serie di illustrazione che ne documentano il progetto. A questo riferimento ne fa eco uno contemporaneo, citato da James Bridle in Nuova Era Oscura (Nero Editions, 2019) che riguarda Veles, città della Macedonia, divenuta dal 2016 centro propulsore di fake news. L’operazione deliberatamente congeniata al fine di restituire un’identità ad un luogo a cui era stata sottratta dalla storia appare un interessante tentativo immaginativo filtrato dallo sguardo tecnologico odierno e dai social media. Attraverso questo progetto l’artista pone luce su quelle forme ricorrenti che ruotano intorno al concetto di città, evidenziando il loro significato simbolico e lo stratificarsi nel tempo.
3. Christophe Constantin
Display: Attraverso lo schermo, 2021, cornice in legno, LED, alluminio, plastica, pvc, 147×127 cm.
Una cornice luminosa modifica l’apparenza di una finestra, trasformandola in un simulacro dello schermo. L’opera interroga il confine tra arte e realtà, tra realtà e virtuale e tra arte e virtuale, sottolineandone le interazioni e contaminazioni. Il riferimento evidente al monocromo blu, simbolo di una pittura che si libera dall’urgenza della rappresentazione, diventa a sua volta un codice stratificato che mette in connessione il dentro dello spazio espositivo con il fuori della strada, ma anche con tutto ciò che è un altrove iperconnesso.
Studio: Aria di lavoro, 2021, tombino, smalto su ghisa, 18x130x115 cm.
Per Constantin, lo studio d’artista è una zona in cui portare avanti la propria ricerca, in cui il lavoro prende forma e la presenza dello spettatore non è prevista. Il suo ruolo, comincia quando l’opera è in mostra. La pratica voyerista di visitare lo studio d’artista è spesso assecondata dagli artisti che letteralmente “allestiscono” il proprio studio ai fini della fruizione. Questa posizione “fuori luogo” dello spettatore è goliardicamente associata al gesto effimero di fissare un tombino. Al tempo stesso, l’oggetto sembra alludere ancora una volta ad una dimensione di riappropriazione estetica nonché ad una via di fuga, strategicamente ideata per permettere all’artista di congedarsi dal suo pubblico.
4. Francesca Cornacchini
Display: S4N S3B4 CH4LL4NG3<3 #1, 2021, video, 00:10:00 min circa.
Vuk Cosic nel 1997 affermava “L’arte era solo un sostituto di Internet”. In particolare l’opera di Francesca Cornacchini allude alle internet challanges, anello di congiunzione tra performance art, i programmi tv basati sul superamento di prove ridicole o pericolose e la partecipazione a rituali collettivi. La performance si fa debole vittima della fruizione involontaria di Youtube o Tik ToK, in un’epoca in cui il corpo viene messo costantemente alla prova tra fail, challanges, dirette e filtri fotografici. Francesca Cornacchini parte dalla cultura underground, come congegno per navigare contromano nel deep web dell’arte contemporanea. Con S4N S3B4 CH4LL4NG3<3 l’artista sovrascrive dati ed icone, informazioni ed estetiche differenti mettendo in scena una sorta di nuovo martirio che sa di club, di squat e sovrapponendo l’iconografia cristiana a immagini caotiche e casuali, violente e underground. Il risultato è un video in cui si tatua casualmente il costato riproducendo il gesto del martirio del San Sebastiano.
Questo video trasmesso nello spazio espositivo ha un diretto rimando nello studio dove è esposto l’intero set in cui si è svolta l’azione.
Ogni elemento rimanda al momento stesso della performance; questa volta sono gli utensili e i suoni che l’hanno accompagnata a proiettarci in una dimensione temporale estranea in cui i segni emergono là dove la presenza è sottratta. L’opera mette in discussione concetti come il luogo, che risultata frammentario e traslato, il corpo che si autodetermina nella pratica del tatuaggio e soprattutto il tempo, che sfugge all’esperienza diretta e si fa rappresentazione: un tempo inteso come un susseguirsi di “adesso” scanditi solo dalla stratificazione di simboli e blocchi di dati.
5. Marco De Rosa
Display: Binge shoping, video, 00.06.00 mim.
Il progetto indaga lo spazio espositivo come display della pratica artistica, facendo emergere tutto ciò che si cela dietro le quinte di un lavoro. Nel video viene registrato l’intero processo di reperimento dell’asta che sospende il monitor esposto e che parte dalla scelta, si materializza nell’acquisto, fino a giungere al montaggio dell’opera. In questo percorso, che passa attraverso piattaforme ditali quali Amazon, diverse spazialità e temporalità si interconnettono, dando vita ad un’esperienza ibrida, all’interno della quale l’opera assume il suo status discostandosi dalla mera oggettualità.
Studio: Vetrina in allestimento, 2021 installazione site specific, dimensioni ambientali.
Anche nel caso di Marco De Rosa, il momento della produzione è un’esperienza intima in cui non necessariamente il pubblico è chiamato a prender parte. Vetrina in allestimento gioca sul confine del voyerismo, amplificando il senso dell’attesa per qualcosa che sta per essere messo in mostra ma privando il pubblico della possibilità di accesso allo spazio. Una copertura in plastica semi-opaca, simile a quella usata nei cantieri, impedisce di vedere cosa effettivamente avviene nello studio. Qui, come in molte sue opere, De Rosa utilizza il linguaggio mutuato dalla strada per soffermarsi sul contesto che permette all’opera di materializzarsi in quanto tale, attraverso lo sguardo incuriosito del suo pubblico.
6. Federica Di Pietrantonio
Display: does it makes u feel alive (tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi intorno a un sasso che cade nell’acqua), 2021, machinima video from GTA Vice City, video, color, sound, 15:00:00 min.
does it makes u feel alive è un gesto disperatamente ripetuto che fa eco a il tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi intorno a un sasso che cade nell’acqua (1969), performance di Gino De Dominicis basata sull’impossibilità di eseguire un’azione ottenendo uno specifico risultato. L’innata propensione umana al trovare un’alternativa alle leggi fisiche che governano il mondo concreto, trova analogia nelle dinamiche che abitano l’ambiente virtuale.
Il video, girato su GTA Vice City, mostra un’azione impossibile: nuotare nell’acqua. Quest’azione, connaturata all’istinto umano, non è inclusa come “feature” all’interno del videogioco, il solo tentativo di entrare in acqua ed immergersi causa la morte. Questo tentativo tanto utopico quanto fallimentare ha dato vita a vari trend su youtube creando un rimando diretto con la performance artistica degli anni Settanta.
Riferendosi allo stadio dello specchio descritto da Lacan, possiamo leggere questo gesto da un lato, con un tentativo disperato di cercare sé stessi nell’altro e dall’altro come la possibilità per un alter ego tecnologico di incarnare comportamenti umani quali l’errore, il fallimento e l’apprendimento.
Studio: why is lasting better than burning, 2021, installazione multimendiale.
Con why is lasting better than burning, Di Pietrantonio porta avanti uno dei temi della sua ricerca attuale, legato al confine tra identità e replicabilità mediale. In questo caso, una voce sintentica, generata tramite una intelligenza artificiale, riproduce le vocalità dell’artista mentre legge un testo da lei composto, frutto di una ricerca all’interno dei libri che hanno segnato il suo percorso educativo dall’adolescenza ad oggi. L’artista ha selezionato i libri e copiato le vecchie sottolineature riassemblando tutti i pezzi e cercando di trovare un nuovo significato. Da una parte c’è quindi un tentativo di riappropriazione del sé, dall’altra invece, attraverso l’utilizzo della voce clonata in IA, c’è un’attitudine alla privazione, spersonalizzazione e strumentalizzazione della propria identità.
7. Chiara Fantaccione
Display: En plein air, 2021, installazione (ipad, video da live webcam online, mensola, supporti), 190x40x26 cm.
Nell’opera En plein air un paesaggio fittizio nasce dall’accostamento di più dispositivi che riproducono in tempo reale video in streaming di webcam liberamente consultabili online, poste in luoghi difficilmente accessibili e degni di interesse paesaggistico, stimolando un interrogativo riguardante la veridicità di ciò che si sta osservando e una riflessione sull’azione voyeuristica messa in atto nei confronti dell’ambiente. Le immagini perdono la funzione di monitoraggio per assumere una propria identità e un’estetica che ce le fa apparire meno estranee. Questo paesaggio immaginario ci pone antropologicamente dalla parte di chi lo osserva, quella di un moderno Friedrich che contempla la potenza della natura, senza immergervisi con il proprio corpo. Dall’altro lato, l’esistenza di archivi di webcam online dedicate interamente al paesaggio, porta alla mente lo sforzo di tanta pittura impressionista di fermare l’attimo, superato dalla capacità del “tutto e subito” (e per sempre) delle immagini contemporanee.
Studio: Romantic base camp 2021, installazione (tenda da campeggio, tappeto, sunset lamp, fiori stabilizzati ed essiccati, cemento), 200x200x160 cm.
La struttura della tenda delimita uno spazio di separazione dall’esterno, ma esiste soprattutto in funzione di esso, ponendosi in una posizione di rispetto. Questo tipo di relazione è quella che esiste abitualmente anche tra lo spazio espositivo e l’opera site specific che lo abita. La tenda diventa quindi contenuto dell’ambiente e contenitore di paesaggi effimeri, come il tappeto verde prato e la “sunset lamp”, oggetti acquistabili online per soddisfare la necessità di emulazione e di rappresentazione. Il termine romantico è qui utilizzato con una doppia accezione, quella inerente alla sfera del cliché sentimentale come nel caso del tramonto, dei fiori, della camera per due, ma anche quella che allude allo spirito del Romanticismo e alla volontà di dominare la natura, possederla, anche attraverso simulacri kitsch. Il gap tra esperienza diretta e indiretta è colmato solo dalla rappresentazione, che sembra essere l’unica via aderenza al reale.
Il lavoro consiste in una serie di carrelli di metallo su cui sono posizionate delle piante e vari attrezzi che servono per garantirgli le dovute cure. Le piante scelte hanno necessità differenti, dalla luce, all’acqua, all’utilizzo di specifici nutrienti fino al rinvaso. Su ognuna sarà inserito un piccolo cartellino con un QR code che rimanda ad una delle più cumuni app che identificano la tipologia di pianta e suggeriscono le adeguate cure. L’idea è quella che il pubblico della mostra possa dedicarsi direttamente a queste pratiche, modificandone la posizione e interagendo con gli strumenti a disposizione. In questo modo il progetto dialoga con lo spazio espositivo e con gli stimoli provenienti dall’esterno. I carrelli rappresentano quindi dei connettori mobili, in grado di mettere in relazione, interno ed esterno rispondendo alle necessità dell’opera stessa.
Studio: Moving home, 2021, installazione, scatoli e materiali vari.
Il lavoro consiste nell’impacchettare gli oggetti personali dei componenti dello studio rimossi in funzione delle necessità della mostra e nel collocarli all’interno dello studio dell’artista. In questo modo Folliero mette in scena le dinamiche di un vero e proprio trasloco che consistono nel prendersi cura degli oggetti e della loro fragilità, nell’etichettarli e nel collocarli all’interno dello spazio che perde la sua funzione di luogo di lavoro e ricerca per divenire magazzino di stoccaggio. Lo studio accessibile unicamente attraverso la finestra dialoga con lo spazio espositivo, ancora una volta sovvertendo le leggi confortevoli del white cube.
9. Andrea Frosolini
Display: Bunny is a Rider, 2021, installazione (iPhone e audio) e performarce.
Bunny is a Rider è la narrazione finzionale di un blind-date (appuntamento al buio). I rider, branca della subcultura leather/bdsm, sono uomini (spesso omosessuali) con un forte feticismo per l’abbigliamento tecnico da motociclismo.
L’identità del soggetto rimane celata durante l’intero incontro, il volto non viene mai scoperto e si prediligono pratiche sessuali come il petting, che esaltano tramite lo sfregamento la sensazione con la superficie in pelle che separa i corpi.
L’assenza di identità dei soggetti esalta l’imprevedibilità dell’incontro, creando una situazione potenzialmente ideale. Il rider diventa una blank-canvas su cui riversare la propria definizione ideale di sé. Una maschera ci consente di mostrarci per quello che vorremmo essere, un avatar potenzialmente perfetto del proprio io.
La performance vede due rider, perfetti sconosciuti nella vita, incontrarsi all’interno dell’atelier. L’ambiente è il risultato di una scenografia appositamente congeniata, frutto della conversazione privata dell’artista con i singoli performer che scelgono lo sfondo ideale di questo incontro, un parco berlinese, e gli oggetti che compongono il set.
L’azione mette in risalto il paradosso dell’inversione dei ruoli, mentre tutto è maschera e finzione, lo spettatore è senza veli, costretto a mostrare il suo voyerismo.
Nello spazio espositivo, un iPhone è dimenticato a caricare sul davanzale della finestra.
La cover in pelo con orecchie richiama il titolo della performance che nel frattempo si svolge nell’atelier. La privacy dell’artista è costantemente messa in discussione dalla ricezione di notifiche provenienti dall’app di incontri Grindr attiva sul suo cellularee.
Lo speaker accentua l’audio delle notifiche, segnalando l’arrivo di ogni nuovo messaggio. Il pubblico non ha accesso al contenuto di questi messaggi, ne può valutare solo la quantità e la frequenza. Ancora una volta Frosolini gioca con gli elementi del privato per mettere in luce la natura voyeristica del pubblico, al contempo interroga un altrove fatto di relazioni mediali, frutto delle possibilità offerte dalle piattaforme di social networking.
10. Daniele Sciacca
Display e studio: No stress #1, 2021, QR, collegamento streaming e performance.
Il progetto No stress nasce dall’ angoscia che l’artista vive nel dover mettere in “mostra” il proprio spazio privato e dal desiderio di voler celare il dietro le quinte del proprio lavoro inteso come una confort zone, dove poter sperimentare, sbagliare e riprovare. Se lo spazio espositivo raffigura il palcoscenico per l’artista che si mette in mostra, lo studio rappresenta il dietro le quinte, accessibile solamente agli addetti ai lavori. Lo studio visit ribalta questo principio consentendo al pubblico di spiare ciò che sta dietro all’opera stessa. Il gesto performativo di Sciacca consiste nell’assoldare un’impresa di pulizie che ordini e pulisca lo studio così da poterlo rendere presentabile. L’azione verrà costantemente ripresa su un canale Twitch e sarà fruibile anche all’interno dello spazio espositivo principale, rimarcando quest’attitudine alla spettacolarizzazione dell’arte e dell’artista da parte del pubblico ma anche creando nuove forme di connessione spaziale mediate dallo sguardo tecnologico.
11. Guendalina Urbani
Display e studio: Pastelli, 2021, fotografia macro 31 x 21 x 2,8 cm e installazione.
Una fotografia ritrae un oggetto comune, un vasetto contenente dei pastelli a cera, con questo lavoro Urbani mette in discussione la nostra capacità di guardare, filtrata dalle immagini patinate a cui l’estetica pubblicitaria e del web costantemente ci sottopone.
Nello studio lo stesso soggetto si rivela per quel che realmente è, sovvertendo le leggi dello spazio e costringendoci ad affinare lo sguardo. I due interventi connettono lo spazio, quello fisico con quello della rappresentazione.
Directed and produced by: Gabriele Garavaglia and Miriam Laura Leonardi
Video Event Saturday 25.09.21 19:00/22:00 7/10 PM
In a deserted town, an aircraft pilot forced to ground, his lover and a third anonymous aerial participant, meet behind the erotic fences of a forbidden park. Compelled to stay in their own four walls, they decide to break the protocol and by trespassing what is usually common ground they appropriate the abandoned public space as if it was their own, an intimate and boundless wild place to venture into. Observed from an external technological and remote eye which seemingly tries to interact with them, although inapt of any physical contact, the couple is making out on the mowed lawn. While she disarrays his official uniform a bird discloses on her chest. Furlough is a government posed temporary layoff.
DURING: VOYAGE/VOYAGE Bertille Bak / Simone Cametti / Giovanni De Cataldo / Luca Grimaldi / Pierluigi Fabrizio / Martin Jakob / Daniel Ruggiero / Thomas Wattebled A cura di Porter Ducrist till 16.10.21
Spazio In Situ Via San Biagio Platani 7 METRO C > FONTANA CANDIDA/DUE LEONI
> inaugurazione il 26 Giugno dalle 11.00 alle 20.00
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Arrivati alla conclusione di questa stagione, che possiamo definire movimentata, Spazio In Situ ha deciso di far dialogare artisti della scena romana e italiana, con artisti provenienti dall’estero. Attraverso una selezione di opere d’arte che affrontano il tema del viaggio, il curatore P. Ducrist, ha costruito un percorso espositivo per raccontare il suo concetto di estetica artistica contemporanea, dove emergono in modo concreto, i relitti dei concetti sviluppati dal movimento romantico. Nessun luogo migliore di Roma quindi, città centrale del Grand Tour ottocentesco, come destinazione per accogliere e catalizzare tale pensiero. In questo contesto, il luogo scelto, aggiunge a Voyage / Voyage una lettura primordiale, che obbliga lo spettatore a riflettere sulla trasposizione contemporanea del turismo, sulla sua massificazione e, viste le attuali circostanze, sul suo completo annullamento. Il viaggio è sicuramente il punto di partenza di una riflessione che il curatore propone al pubblico dell’artistrun space di Tor Bella Monaca, cercando da lì, di porre l’attenzione sulle numerose problematiche dell’arte odierna.
Dall’azione di viaggiare, a quella di trasportare, la mostra si sviluppa nello spazio espositivo, riportando lo spettatore nella sua quotidianità, riprendendo qua e là frammenti ridondanti della tematica trattata, e trovando sempre un ammiccamento ai soggetti classici della storia dell’arte. In definitiva la mostra non vuole prendere una posizione specifica e univoca, bensì cerca di aprire piste che rimandino al concetto nelle sue forme, mettendo in primo piano la complessità di questa questione, con lo scopo di offrirne al pubblico romano una visione ampia ed eteroclita. Quando si intraprende un viaggio, c’è sempre un punto di partenza e un punto di arrivo, ma è nel mezzo che si scrive il racconto, con le tappe importanti, con le soste necessarie, con gli incontri fortuiti, senza dimenticare il mezzo di trasporto. Quando si decide di partire, si decide di intraprende un percorso, una storia che, Voyage / Voyage, ha deciso di raccontarvi.
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Arrived at the ending of this season that we could define as eventful, Spazio In Situ decides to make the artists from the Italian and roman scene and artists of the international scene, dialogue each other. Through a selection of artworks that focus on travel, the curator P. Ducrist has built an exhibition path to tell his concept of contemporary art aesthetics, where emerge concretely, the wrecks of concepts developed by the romantic movement.
Thus, there’s no better place than Rome, the leading city of the Grand Tour, as the destination to receive and catalyze this thought.
In this context, the chosen place adds to Voyage/Voyage a primordial interpretation, that obliges the public to think about the contemporary transposition of turism, with its massification and, in the actual circumstances, with its complete nullification. Travel is the starting point of thought that the curator proposes to the public of the artist-run space of Tor Bella Monaca, to focus on the several problems of contemporary art.
From the action of traveling to the one of moving, bringing back the spectator to his everyday life, scattering and redundant fragments of the treated theme, and finding a winking to the classical subject of the history of art. Ultimately, the exhibition doesn’t aim to take a specific and univocal position, contrariwise it tries to open new tracks that are referred to the concept and its shapes, putting on the foreground the complexity of this theme, to show to the roman public a broad and heteroclite vision. When one starts a journey, there is always a departure and an arrival point, but it is in the middle that we write a tale, with the important stops, chance encounters, not to mention the importance of the means of transport. When we decide to leave, consequently we embark on a journey, a story that Voyage/ Voyage decides to tell you.
Spazio In Situ at TILT Dal 12 al 26 Giugno 2021 > Inaugurazione: Venerdì 11 Giugno alle 18
> aperture Sabato 12 – 9 – 26 Giugno dalle 10 alle 16 su prenotazione info@espace-tilt.ch
TILT ingresso: La rue Neuve tra il civico 1 e 3 Place du Corso 1020 Renens www.espace-tilt.ch
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Per la prima volta, Spazio In Situ (Roma) espone all’estero. L’artist-run space romano, fondato nel 2016, ha deciso per l’occasione di mettere in discussione la propria italianità.
Esportando se stessa, la penisola italiana, come ogni paese, esporta anche una serie di immagini, luoghi comuni che compongono un ritratto spesso caricaturale di quella che può essere definita l’identità nazionale. Spesso, questa rappresentazione si riduce all’idea di una semplice cartolina; una sintesi grezza di una forma di orgoglio nazionale, di una messa in scena del patrimonio.
Con autoironia, i membri di Spazio In Situ hanno deciso di intraprendere questo spostamento: rappresentando tratti della loro vita quotidiana, giocano con l’immaginario collettivo in giro per l’Italia, con la banalità del cliché. “Made in Italy” ci porta per le stradine della capitale italiana attraverso gli occhi degli 11 artisti di In Situ, sublimando con sarcasmo il banale e sottolineandone i paradossi.
L’idea dello spostamento li ha spinti a creare opere smontabili. Progetti destinati ad aggirare i problemi burocratici legati al trasporto delle opere d’arte, aggiornando il famoso Articolo 22, o il tipico “arrangiarsi” italiano. Questi frammenti di realtà diventano piccole composizioni che attirano regolarmente l’attenzione dei turisti, aggiungendo un tocco di assurdo a qualsiasi viaggio in Italia. Immagini ridondanti, che le opere esposte invitano lo spettatore a sperimentare, arrivando fino alla periferia romana di Tor Bella Monaca, dove si trova Spazio In Situ.
“Made in Italy”? Beh quasi, la provenienza degli oggetti non è certa, bisogna considerare che il ready made contemporaneo ha i suoi limiti, e bisogna accettare che la tracciabilità degli oggetti esposti ha poca importanza quando si parla di opera d’arte.
ENG
Arrived at the ending of this season that we could define as eventful, Spazio In Situ decides to make the artists from the Italian and roman scene and artists of the international scene, dialogue each other. Through a selection of artworks that focus on travel, the curator P. Ducrist has built an exhibition path to tell his concept of contemporary art aesthetics, where emerge concretely, the wrecks of concepts developed by the romantic movement. Thus, there’s no better place than Rome, the leading city of the Grand Tour, as the destination to receive and catalyze this thought. In this context, the chosen place adds to Voyage/Voyage a primordial interpretation, that obliges the public to think about the contemporary transposition of turism, with its massification and, in the actual circumstances, with its complete nullification.
Travel is the starting point of thought that the curator proposes to the public of the artist-run space of Tor Bella Monaca, to focus on the several problems of contemporary art. From the action of traveling to the one of moving, bringing back the spectator to his everyday life, scattering and redundant fragments of the treated theme, and finding a winking to the classical subject of the history of art. Ultimately, the exhibition doesn’t aim to take a specific and univocal position, contrariwise it tries to open new tracks that are referred to the concept and its shapes, putting on the foreground the complexity of this theme, to show to the roman public a broad and heteroclite vision. When one starts a journey, there is always a departure and an arrival point, but it is in the middle that we write a tale, with the important stops, chance encounters, not to mention the importance of the means of transport. When we decide to leave, consequently we embark on a journey, a story that Voyage/ Voyage decides to tell you.
ISIT per la prima volta prende forma nelle spazio, traslando la processualità propria della costruzione del magazine nativa in forma cartacea e web.
La mostra non ha una sua forma definita o definitiva, si potrebbe anzi dire che il momento di inaugurazione coincida con il suo finissage. La sua struttura infatti varia di evento in evento a seconda della programmazione che si consegue, includendo la variabilità ed imprevedibilità dei progetti presentati. L’intento è quello di costruire l’esperienza di visitare la mostra secondo una parallax-narrative.
parallax: the effect whereby the position or direction of an object appears to differ when viewed from different positions, e.g. through the viewfinder and the lens of a camera.
parallax: parallax scrolling is a website trend where the background content (i.e. an image) is moved at a different speed than the foreground content while scrolling.
Il dialogo tra un evento/progetto e lo spazio è costruito dal continuo scambio e sovrapposizione di contenuti, materiale ed esperienze. Il sistema così strutturato diventa di sovrascrittura e sovralettura.
Nella realtà esperiamo costantemente diversi livelli di finzione, che in mostra vengono sovrapposti, editati e giustapposti creando un contenitore in continua costruzione e distruzione. Lo spazio è quindi un luogo dove interpretazione e lettura del reale, con i suoi livelli e le sue contraddizioni, prendono forma.
Ogni evento, costruito su un livello orizzontale di presentazione, può presentare connessioni intuitive o di un livello di lettura più complesso, lasciando la libertà al proponente del progetto di poter esprimere la propria ricerca.
Si potrebbe dire che non vi sia curatela, che la mostra effettiva sia una delle possibili versioni di mostre.
For the first time ISIT takes shape in space, revealing more than ever its built-in process (both online and offline).
The exhibition does not have a definite or definitive form, the opening matches his finissage. The structure evolves from event to event, according to the planned schedule, taking advantage from both the variability and the unpredictability of the selected projects. The aim is to build the exhibition’s experience as a parallax-narrative.
parallax: the effect whereby the position or direction of an object appears to differ when viewed from different positions, e.g. through the viewfinder and the lens of a camera.
parallax: parallax scrolling is a website trend where the background content (i.e. an image) is moved at a different speed than the foreground content while scrolling.
The dialogue between the events/projects and the space is built by the continuous exchange and overlapping of contents, materials and experiences. Such a system becomes an overwriting and overseeing structure.
In reality, we’re continuously exposed to several layers of fiction that in the exhibition are blended, edited, overlapped and juxtaposed to create an evolving container of creation and destruction. The space is therefore an interpretation/reading of reality itself, throughout its layers and contradictions.
Each event follows an horizontal panorama of interpretation, whether the connection with another one is more intuitive or of a deeper understanding, leaving the proposer free to express his artistic research.
One could say that there’s no curator, the exhibition is built in a way, but that way is just one possibility among the possible ways of development
who?: in the Exhibition
15th of May 2021 / h 11:00 – 20:00
📚 Alessandra Ioalé with 🐯 Irene Fenara and 🔊 Guido Segni 📽 I have a Hammer [Wednesday Kim and Vincent CY Chen] 🎪 Arianna Desideri 💻🦾 Fabien Zocco
Spazio In Situ presenta: <=/SPAC3 _a cura di Porter Ducrist
<sveva angeletti> Trecentosessanta metri cubi circa <alessandra cecchini> Contenere il cielo #3 <christophe constantin> Non-finito <francesca cornacchini> Ruins of me <marco de rosa> Sirena <federica di pietrantonio> im all poor drowings and bad decisions, tenderly basic <chiara fantaccione> Every time I look at you I fall in love <roberta folliero> un po’ d’aria fresca <andrea frosolini> KINDA SINKIN’ <but still wet> <guendalina urbani> bicchiere
#1 inaugurazione: 24 Ottobre – 13:00/21:00 #2 inaugurazione: 31 Ottobre – 13:00/21:00
– <=/SPAC3 è prorogata fino al 15 Gennaio 2021, in accordo con le nuove normative.
– per mantenere le norme di sicurezza consigliamo ai visitatori di contattarci per organizzare al meglio gli orari e non creare assembramenti.
La mostra sarà visitabile ogni giorno <su appuntamento> dalle 10:00 alle 18:00.
La digitalizzazione intensiva inserita nel sistema Arte impone grandi cambiamenti organizzativi e concettuali che modificano a fondo il dispositivo di esposizione. Fino a poco fa la tecnologia numerica era un appoggio, come una protesi che offriva una maggior visibilità di un oggetto concreto. Mese dopo mese, anno dopo anno, ha preso più importanza che mai ed è diventata la finalità stessa dell’opera, ossia una smaterializzazione dell’oggetto con un potenziale riproduttivo infinito, con un costo pari al nulla. Un tale processo annulla completamente l’Aura di un’opera, riducendo il confronto con lo spettatore alla mera rappresentazione dell’opera stessa. La digitalizzazione è riuscita ad imporre al sistema arte una perdita totale di legittimità, il tutto con il consenso dell’ambiente nella sua quasi totalità. Questa corsa sfrenata alla visibilità ha annichilito una caratteristica profonda del ruolo dell’artista, requisendogli il monopolio sulla produzione d’immagini, capovolgendo, anzi, la situazione in una forma di grande “copia/incolla” nella quale non si capisce più chi è l’originale e chi il falso. Il più grande problema è l’omogeneizzazione del discorso in questo “gran teatro di pazzi” che è diventata la vita contemporanea. L’opera dematerializzata è traslocata in un non-luogo, sommando un calco sul piano della raffigurazione del reale, come se l’arte dovesse illustrare la copia della copia di se stessa, essendo, quest’ultima, una rappresentazione del reale, una sorta di superamento ascendente della realtà. Un’azione che la distacca completamente da qualsiasi critica, essendo diventata essa stessa il risultato di una trascendenza semiologica; L’Arte È! Tale statuto la protegge tramite un auto-legittimazione, priva di dialogo e di confronto, priva anche di una possibile via di uscita. L’arte con la digitalizzazione ha perso la sua ragion d’essere, in un processo analogo a quello che ha interessato il mondo della pittura nell’ottocento, sopraffatta dalla fotografia. Diventa interessante vederne gli effetti, quello che rimane dopo aver rimosso ciò che era ancora tangibile nell’apparato di esposizione. <=/SPAC3 è quindi pensata nell’ottica di un capovolgimento dell’oggetto mostra, integrato al non-luogo che ha sostituito lo spazio espositivo; sottolineandone le caratteristiche come una lunga descrizione, la mostra racconta lo spazio nella sua immaterialità e, insieme, la sua concretezza semantica all’epoca della sua riproducibilità digitale. Sottraendo allo spazio lo statuto di veicolo di arte, è l’arte stessa che ne giustifica l’utilità. Un tale cambiamento di postura, ne rivela una totale illeggibilità del senso, rendendone astratta persino la sua definizione. È nella ricerca di un senso che il pubblico è invitato a spostarsi tra le opere. Queste dialogano tra di loro fluttuando nell’ambiente, immergendo lo spettatore in un grande limbo, alla ricerca ossessiva di un filo logico. Ma nella destrutturazione del discorso, le opere esistono da sole, obbligando il fruitore a navigare nell’incognito.
Porter Ducrist
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The intensive digitization inserted in the Art system requires major organizational and conceptual changes that fundamentally modify the display device. Until recently, numerical technology was a support, like a prosthesis that offered greater visibility of a concrete object. Month after month, year after year, it has taken on more importance than ever and has become the very purpose of the work, that is, a dematerialization of the object with an infinite reproductive potential, with a cost equal to nothing. Such a process completely cancels the Aura of a work, reducing the confrontation with the viewer to the mere representation of the work itself. Digitization has managed to impose a total loss of legitimacy on the art system, all with the consent of the environment in its almost totality. This unbridled rush to visibility has annihilated a profound characteristic of the artist’s role, requisitioning him the monopoly on the production of images, turning the situation upside down in a form of great “copy / paste” in which it is no longer understood who the artist is. ‘original and who the fake. The biggest problem is the homogenization of discourse in this “great theater of madmen” that has become contemporary life. The dematerialized work is moved to a non-place, adding a cast on the level of the representation of the real, as if art were to illustrate the copy of the copy of itself, the latter being a representation of the real, a sort of ascending overcoming of reality. An action that completely detaches it from any criticism, having itself become the result of a semiological transcendence; Art IS! This statute protects it through a self-legitimation, without dialogue and confrontation, also without a possible way out. With digitization, art has lost its raison d’etre, in a process similar to the one that affected the world of painting in the nineteenth century, overwhelmed by photography. It becomes interesting to see the effects, what remains after removing what was still tangible in the display apparatus. <= / SPAC3 is therefore conceived from the perspective of an overturning of the exhibition object, integrated with the non-place that has replaced the exhibition space; Underlining its characteristics like a long description, the exhibition tells the space in its immateriality and, at the same time, its semantic concreteness at the time of its digital reproducibility. By subtracting the status of vehicle of art from space, it is art itself that justifies its usefulness. Such a change of posture reveals a total illegibility of its meaning, making even its definition abstract. It is in the search for meaning that the public is invited to move between the works. These interact with each other floating in the environment, plunging the viewer into a great limbo, obsessively searching for a logical thread. But in the deconstruction of the discourse, the works exist by themselves, forcing the viewer to navigate the unknown.
INAUGURAZIONE: sabato 12/09/20 – 19:00 // Spazio In Situ > via San Biagio Platani 7 – Roma [l’inaugurazione si svolgerà seguendo le normative vigenti]
OPENING: saturday 12/09/20 – 7:00 pm // Spazio In Situ > via San Biagio Platani 7 – Roma [the opening will take place according to current regulations]
Sul fondo degli oceani si aprono dei crepacci che si estendono in profondità per chilometri. Nella regione Adale l’oceano diventa discreto e il tempo è autonomo. La neve marina che precipita per settimane vi permette la vita. L’immagine regola la nostra epoca definendone i modelli sociali. Ma è compromessa in un’incessante riconfigurazione che produce uno scarto particellare continuo. La zona Adale è un ambiente di possibilità per la vita di nuovi ecosistemi dove immagini dimenticate assimilano gli scarti della superficie. Sono stati più uomini sulla Luna che nella zona Adale. _BN+
On the oceans floor there are trenches that extend deep for miles. In the hadal zone the ocean becomes discrete and time is autonomous. The marine snow that precipitates for weeks allows the life there. The image regulates our time by defining its social models. But it is compromised in an unceasing reconfiguration which produces a continuous particle waste. The hadal zone area is an environment of possibilities for the life of new ecosystems where forgotten images assimilate surface waste. More people have been to the moon than the hadal zone. _BN+
Il progetto Hadal Zone, si pone nella piega del processo artistico dove il corpus di quadri dalle tonalità profonde, insieme ad oggetti con parti fotosensibili, genera un ambiente che vuole intendersi autonomo e mutabile nel tempo. La mostra non vive per, ma insieme a Spazio In Situ e si trasforma anche quando lo spazio è chiuso al pubblico e tutto è buio, rilasciando la luce assorbita durante il giorno. Hadal Zone si rifà agli abissi marini, ai crepacci profondi che si aprono nel cuore degli oceani da sei a undicimila metri di profondità. Qui la luce non può contrastare l’oscurità regina. La stessa riempie il fondo dei dipinti, squarciati da panneggi di maniche a sbuffo, scampoli architettonici e spiragli nascosti. Ogni quadro presente si pone come un ecosistema a sé stante che coabita con gli altri sulla base di un delicato equilibrio fatto di accordi cromatici e compositivi. Personaggi senza volto entrano in relazione con lo spettatore creando un dialogo silente, aperto e condiviso; quasi a diventarne l’alter ego, avvolti in quel buio che non vuole annientare la terza dimensione, bensì mostrarla. I quadri – dalla serie Unpredictable Ecosystem – ricombinano e reinterpretano grandi opere della maniera, ponendo un’attenzione particolare ai ritratti. Alcune parti selezionate sono messe in luce con la pittura ad olio o con l’erosione di colori stratificati; altre sono elise nel fondo monocromo. Riecheggiano i nomi che hanno animato il Cinquecento: Bronzino, Parmigianino, Mor e Rosso Fiorentino. La ricerca e produzione degli artisti, definita dagli stessi des-autoriale, si innesta nel manierismo con un’attitudine ricombinatoria simile alla post-produzione, ritrovando in essa un’affinità metodologica. Come se i pittori della maniera, a loro volta, fossero grandi burattinai di immagini preconfezionate. Di fatto, il ritratto e la sua impostazione classica riaccadono nelle porzioni tessili selezionate e riprodotte. Si annulla così la distanza temporale e si unisce il passato al presente. La moda fa il ritratto, ovvero l’immagine che ognuno vuole dare di sé, sulla base degli standard socio-culturali vigenti. Giorgio Brina (1993, Milano) e Simone Novara (1994, Milano) fondano il duo artistico bn+BRINANOVARA sull’idea di una ricerca continua e transdisciplinare che approfondisca archetipi ecologici e culturali. Sfidando il rigore culturale a cui siamo assoggettati, in favore di un’immagine che, dall’incontro con il reale multiforme, accada come una sorta di innamoramento e diventi territorio fertile di indagine. Hanno esposto in diverse mostre personali e collettive tra le quali: Dreamt Uncanny Valley, Adiacenze, Bologna (2020), Holomovement, Dimora Artica, Milano (2020), Amnesia, Museo di Arte Contemporanea, Lissone (2019), Thunder Boogie, Crag Gallery, Torino (2019), Animal Farm, Galleria Monopoli, Milano (2019).
The project Hadal Zone, is set in the fold of the artistic process where the corpus of deep-shaded paintings, together with partly photosensitive objects, generates an environment that wants to be autonomous and mutable over time. The exhibition lives along with rather than for Spazio In Situ and transforms even when the space is closed to the public and everything is dark, by releasing the absorbed daylight. Hadal Zone refers to the deep sea trenches which open in the ocean’s heart from twenty to thirty-six thousand feet deep. Here the light cannot counteract the sovereign darkness. The same darkness fills the bottom of the paintings, torn by draperies of puffed sleeves, architectural remnants and hidden glimmers. Each featured painting sets itself like a stand-alone ecosystem that coexists with the others; on the basis of a delicate balance made of chromatic and compositional harmonies. Faceless characters engage a relationship with the viewer creating a silent, open and shared dialogue. Almost becoming their alter ego, wrapped in that darkness that wants to show the third dimension instead of annihilating it. The paintings – from the Unpredictable Ecosystem series – recombine and reinterpret some great Mannerist artworks, paying a special attention to portraits. Some selected parts are highlighted with oil painting or by the erosion of layered colours. Others are elided in the monochrome background. The names of whom animated the Cinquecento echo: Bronzino, Parmigianino, Mor and Rosso Fiorentino. The research and production of the artists, by them defined de-authorial, grafts into Mannerism with a recombinatorial attitude similar to post-production, because of finding a methodological affinity in it. As if the painters of the Manner, in turn, were great puppeteers of pre-manufactured images. In fact, the portrait and its classical setting happen anew in the selected and reproduced textile portions. The temporal distance is thereby cancelled and the past is joined to the present. Fashion makes the portrait, or rather the image that everyone wants to give of themselves, based on the current social and cultural standards. Giorgio Brina (1993, Milan) and Simone Novara (1994, Milan) formed the artist duo bn+BRINANOVARA on the idea of a continuous and trans-disciplinary research which deepens cultural and ecological archetypes. They challenge the cultural rigour we are enslaved to, in favour of the happening of the image as a kind of falling in love. It results from the encounter with the multiform real and becomes a fertile enquiry land. They exhibited in several solo and group shows among which: Dreamt Uncanny Valley, Adiacenze, Bologna (2020); Holomovement, Dimora Artica, Milan (2020); Amnesia, Museo di Arte Contemporanea, Lissone (2019); Thunder Boogie, Crag Gallery, Turin (2019); Animal Farm, Galleria Monopoli, Milan (2019).
Non si capisce sempre quanto la nostra società̀ sia finta, e soprattutto con che stratagemma questa finzione si nasconda. A primo impatto, tutto, ad incastro, va nel migliore dei modi. Ma andando a scavare un po’, emergono delle incongruenze, piccoli dettagli che ne fanno svanire la magia. È solo quando si comincia a guardare con un occhio disinvolto che la realtà̀ si spoglia di tutto quello che ha di superficiale. Denudata da quello che serve al suo abbellimento, rimane solo il “Perché́”. A questo punto tutto vacilla. Questa precarietà̀ è il punto di partenza per un viaggio nel nostro tempo, e nel lavoro di queste quattro artiste. Il pubblico è immerso in un mondo che lo coinvolge ma gli impone il ruolo di semplice spettatore, una stranezza familiare che gli impedisce di interagire lasciandolo fuori da ogni dispositivo. Le opere sono attivate da loro stesse, si muovono, lampeggiano, parlano, in una ripetizione meccanica, non per forza lineare. Non è il pubblico che agisce su di esse, ma forse esse stesse che trasportano il pubblico da un’altra parte, un mondo delle meraviglie privo di ogni incantesimo. “Quando cade la magia, rimane la disinvoltura”, con le sue assurdità̀ e la sua poesia. Un mondo che paradossalmente trasuda di cinismo, ma dal quale emerge un relitto di poesia. Lo spettatore, confuso da quest’assurdità̀ ingenua quanto scientifica, è forzato a deambulare in mezzo alle opere. Non è lo spazio che è allestito ma il tempo di fruizione, ritmato dal casino sonoro e visivo prodotto dai lavori in mostra. Un paese magico dove, anche la stessa magia è capovolta in una “voragine” schizofrenica. Lo spazio si trasforma in una sorta di parco d’attrazione smembrato, un grande vuoto nel quale la presenza è stata robotizzata, il tempo sembra fermo in un’inerzia senza via di uscita, un tempo diventato illusorio in una società̀ decaduta. Gli oggetti perdono le loro caratteristiche principali, mantenendo la loro funzione, questo ribaltamento ridefinisce il senso utile delle cose, per soffermarsi sull’effetto prodotto. L’ambiente animato da presenze meccaniche, si trasforma in una grande catena caotica, nella quale è rimasto solo un vecchio sogno d’infanzia, una purezza giocosa. Lo spettatore diventa passivo, è un semplice visitatore che attraversa un tempo senza poter esserne partecipe, un alienato, messo da parte da un ritmo irregolare ma perpetuo. “Quando cade la magia, rimane la disinvoltura” è un giusto “corso delle cose”. Il tempo viene contenuto in un cerchio senza fine, l’individuo si perde in un infinita ripetizione. Quello che rimane alla fine di questa lunga storia è quello che ne è stato prodotto. Un bellissimo sogno di cui rimangono solo frammenti sparsi e dispersi nello spazio espositivo.
Spazio In Situ continua la presentazione delle sue varie sfaccettature, con una mostra questa volta legata ai collegamenti che internet e il virtuale possono creare, dei ponti che li connettono direttamente alla realtà. “What kind of perversion I’m showing off” apre un dialogo tra le opere di Francesca Cornacchini, Federica Di Pietrantonio, Chiara Fantaccione e Andrea Frosolini, nel quale l’immagine viene materializzata e l’oggetto perde la sua forma tangibile, dove concetti diventano visibili e dove la barriera tra reale e illusione collassa per lasciare il posto a un super-realismo, integrato nella nostra quotidianità.
Il curatore dice:
Da ogni cultura detta alternativa emergono punti focali e domande che meritano di essere approfondite. Il Post-Internet non è un’eccezione alla regola, anche se frequentemente si è incentrato sul medium e la tecnologia, lasciando da parte il cambiamento drastico che ha imposto alla società, compresi le comodità e i problemi che si sono svelati durante gli ultimi anni e che influenzano la vita di ogni individuo. È sicuramente una tematica di cui tutti siamo consapevoli e di cui tutti possiamo avere un’opinione positiva e negativa allo stesso tempo, tematica da prendere sicuramente con i guanti per non aprire polemiche demonizzanti o cadere nell’elogio accecante della novità. Che si ami o si odi, internet ha modificato in profondità il modo in cui interagiamo con ogni elemento del sistema contemporaneo, l’arte compresa. Diventa esso stesso sistema perché dialoga in modo diretto con ogni singolo oggetto o con ogni azione che eseguiamo ogni giorno. Il modo in cui è entrato nella nostra quotidianità e con il quale contamina le nostre realtà rivela una caduta di confine, una perdita di ogni limite imposto da un modo di pensare ormai superato, creando ben spesso paradossi che mettono il mondo di fronte ad una sfida, un dilemma che cambierà sicuramente l’intera società a venire. Questa perdita di frontiera cambia la definizione di qualunque concetto linguistico inventato per categorizzare le nostre azioni e i nostri diritti, cominciando dalla privacy, che ormai viene difesa in modo assurdo, in contrapposizione con il narcisismo universale e il bisogno di rendere pubblico ogni avvenimento o pensiero della propria vita. Difendere la preservazione della sfera intima in tal caso diventa incongruo, anzi dimostra una mancanza di coerenza tra l’azione e la richiesta. La privacy è un concetto ormai antiquato, poiché barattato con la necessità di mettersi in mostra, di esibirsi fino a trasformarsi in un’immagine senza diritti e senza identità propria. Quest’idea ha messo radici al più profondo dell’inconscio collettivo, distruggendo la dialettica tra oggetto e soggetto, mettendo in primo piano la rappresentazione che ne risultava. Internet ha reso piatto l’oggetto, superficializzando il senso e la sua definizione. La vita è diventata un’opera degna di essere vista. La smaterializzazione di ogni cosa non è sconosciuta all’ambito dell’arte, ricordiamo la mostra “Les Immatériaux” inaugrata negli anni 80 a Beaubourg, dalla quale si potevano immaginare le infinite opportunità che la tecnologia poteva aprire e di quanto poteva essere sconvolgente per ogni entità della società. Passati ormai più di trent’anni, sono cadute tante illusioni, sono certamente state frenate tante possibilità di sviluppare idee nuove, per motivazioni non sempre trasparenti; ormai è tempo forse di fare il punto, ignorando l’illusione che la tecnologia basta per giustificare un concetto. Il media anche se interattivo non rende per forza un’opera contemporanea. Non mi fate dire quello che non ho detto, non sprono un ritorno a vecchie tecniche per giustificare l’arte, ma difendo un uso motivato di ogni medium possibile: “La forma risponde al concetto, non deve essere un’aggiunta che servirebbe solo a spettacolarizzare e a complicare la lettura di un opera”. Come segnalato prima, tentare di difendere la pittura piuttosto che un media più recente sarebbe un tentativo di catalogare e di rimettere limiti, l’idea è piuttosto quella di fare dialogare e interagire i vari supporti offerti al fine di creare una dialettica che s’inserisce perfettamente nella descrizione della società contemporanea. “What kind of perversion I’m showing off” offre al pubblico una visione sul modo con il quale interagiamo con le “Nuove” tecnologie, tentando di rendere tangibile concetti astratti e dando forma a atteggiamenti generalizzati, aggiungerei banalizzati. Non si tratta di dare forma reale a un gesto artistico, ma di dare forma artistica ad un atteggiamento reale, rivelandone certi aspetti e certe conseguenze. La mostra svela il rapporto trasversale intrinseco ad ogni oggetto o persona, una dicotomia che lega il virtuale al reale. Una relazione che al presente si nota in ogni elemento con il quale un individuo si può trovare a dover interagire. Sono cadute le frontiere, i confini sono svaniti e con loro sicuramente tante certezze, nel presente come nel futuro bisognerà stare attenti a delle interazioni non desiderate, ma non si può più affermare che il virtuale e il reale siano due linee rette che vanno dritte e parallele, ma piuttosto che si sovrappongono per diventare un’unica nozione, una singola vicenda.
In Situ inaugura ufficialmente una nuova stagione, con una programmazione che riporta i propri artisti nel loro spazio e che permette al pubblico durante i prossimi mesi di confrontarsi con una produzione “made in situ”. I vari membri della realtà romana occuperanno lo spazio presentando tre collettive che riflettono le varie sfaccettature dell’Artist run space.
In prima linea, troviamo Christophe Constantin, Marco De Rosa e Daniele Sciacca che ci offrono con “From Tor Bella with Love” una gita turistica nella periferia capitolina, un viaggio fuori dal centro e dalle sue cartoline, un viaggio nella diversità e nell’incognita, che merita di essere rivalutata. Un atteggiamento “petit-bourgeois” che viene distrutto dal momento in cui si prende coscienza della specularità con altre zone popolari, anzi per un occhio vergine di speculazione e pettegolezzi, si riconoscono tanti elementi comuni. Queste ripetizioni entrano a far parte della banalità urbana universale.
“From Tor Bella with Love” si impone come un nuovo approccio percettivo del reale attraverso le familiarità che legano una città ad un’altra, sottolineando l’omogeneità rappresentativa della società odierna. Lo spazio espositivo è usato come contenitore di segni sottratti alla realtà e integrati al sistema Arte, rivelandone le analogie. La strada è senza dubbio il punto focale di questa mostra, diventa il paesaggio nel quale si sposta il pubblico e con il quale interagisce quotidianamente, ribaltando il soggetto a semplice oggetto trasmittente di numerosi messaggi dal quale gli artisti ne estrapolano un discorso epocale che rimette in questione la visione ormai imposta e imprescindibile del sistema capitalistico contemporaneo.
Tor Bella Monaca si trasforma in una tela nella quale Constantin, De Rosa e Sciacca traggono frammenti universali rendendola non una semplice periferia ma una rappresentazione tangibile della società di cui le similitudini con altre aree metropolitane offrono una lettura su un villaggio globale privo d’identità. In un periodo storico in cui i discorsi sul territorio e sulle appartenenze di qualsiasi tipo sono diventati primordiali, Spazio In Situ si permette di porne l’accento sui suoi elementi paradossali, tentando di mostrarne l’assurda incoerenza.
Una mostra in cui il movimento e il cambiamento diventano oggetto di dimostrazione e non di concreta azione. La percezione del reale è mediata dall’immagine e dal condizionamento attraverso un’espropriazione dei beni e delle libertà personali in un’incredibile recita alla quale l’individuo si presenta come un attore passivo, protagonista di una trama che lo canalizza al fine di mantenere uno status quo del quale tutti si lamentano ma di cui tutti temono la sparizione.
“From Tor Bella with Love” è una cartolina spedita dalla periferia Romana che la trasforma in una destinazione dalla quale prevale una precarietà ormai generalizzata che riflette il grande spettacolo della vita contemporanea.
Con l’arrivo dell’autunno a Roma ci si prepara per la Rome Art Week (RAW), la più grande maratona d’arte contemporanea della capitale, ed anche quest’anno, come da tradizione, Spazio In Situ partecipa con un nuovo progetto: FUORI-GRA.Il gruppo di artisti, nato nel lontano 2016 nella lontana Tor Bella Monaca, ha cavalcato l’onda della prima edizione della RAW presentando Cosa Sarebbe Se?, la prima mostra collettiva dei sei artisti residenti nello Spazio. A questa prima esperienza sono seguite un ciclo di mostre personali raccolte sotto il titolo di Assurdità Contemporanee, grazie alle quali i diversi artisti hanno iniziato ad essere conosciuti al grande pubblico, ed il grande pubblico a sua volta, ha iniziato ad entrare in stretto contatto con una delle periferie romane più difficili.Spazio In Situ diventa un’officina di idee, contaminazioni e ibridazioni, ed è proprio la sua continua e costante effervescenza artistica a colpire ed interessare il circuito tradizionale del sistema dell’arte.In poco più di due anni i loro progetti nati nel suburbio della città, hanno valicato i confini fisici del Grande Raccordo Anulare, entrando nei salotti che contano della città eterna.Spazio in Situ da semplice gruppo di artisti si è presto trasformato in un vero e proprio artist-run space, dove gli spazi comuni trasformati in galleria espositiva, sono stati aperti alle idee e alle opere di artisti esterni, regalando a Tor Bella Monaca un respiro internazionale.Spazio In Situ diventa così un nuovo polo per l’arte in continua crescita. Ai sei artisti fondatori del progetto se ne sono aggiunti altri cinque, insediati in un nuovo studio che ha preso il nome di Spazio In Più. La stagione appena trascorsa è stata inaugurata e chiusa da due importanti mostre collettive per il gruppo: la prima Assurdità Contemporanea presso la Temple University e la seconda Chilometro 0 presso The Gallery Apart.Spazio In Situ, non è solo uno spazio indipendente, ma anche un luogo ai margini sia del sistema dell’arte, sia della città, perché da un punto di vista geografico si trova proprio al di là del GRA. Il gruppo di artisti, formato da: [Sveva Angeletti, Alessandra Cecchini Christophe Constantin, Francesca Cornacchini, Marco De Rosa, Federica Di Pietrantonio, Chiara Fantaccione, Roberta Folliero, Andrea Frosolini, Daniele Sciacca, Guendalina Urbani] per riscattare la loro posizione periferica e rivendicare la loro condizione di artisti in evoluzione in stretto contatto con la realtà del luogo che abitano, con il progetto FUORI-GRA inverte il normale processo di inurbamento, organizzando una maratona che dal centro della città taglierà il traguardo soltanto varcando la soglia del GRA.La periferia assume significato come luogo sempre in relazione ad un centro, ma qual’è la nostra idea di centro? E quanti centri attraversiamo e possediamo?Abbiamo l’abitudine di pensare il centro delle nostre città come il contenitore di ciò che è bello, di una tradizione culturale da valorizzare, un luogo accogliente in cui chiunque aspirerebbe a vivere, magari in un attico con vista sul Colosseo o anche un monolocale a Trastevere. Ma di certo gran parte delle persone non trascorre la loro vita nel centro storico, piuttosto lo attraversa come si attraversa un museo, che diventa così fiore all’occhiello delle istituzioni sempre aperto per una visita last minute.Il centro storico in questo senso resta per i romani il luogo simbolo di un’identità collettiva immaginaria, ingessata in una tradizione altrettanto collettivamente immaginata (oltreché inventata).Ma sono i luoghi in cui noi entriamo in relazione con l’Altro che rappresentano centri di valori e significati, luoghi di rappresentazioni culturali e produzioni identitarie, che danno senso al nostro vivere e percepire la città. Così la città diviene policentrica e i confini tra centro e periferia diventano sempre più soggettivi e modulabili, finanche ad invertire il senso dell’uno e dell’altro nei discorsi di chi li abita.È in quest’ottica che Spazio In Situ diventa una piazza aperta in cui riunirsi, diventa un centro dove si produce e si sostiene la cultura, un luogo in cui vivere e verso cui tendere.Con Il progetto Fuori-GRA gli artisti vogliono sottolineare come il Grande Raccordo Anulare sia per tutti una frontiera e al tempo stesso anche un limite psicologico.Gli undici artisti riuniti partiranno dal centro seguendo undici itinerari diversi e personali, che li porteranno ad affrontare il viaggio in maniera del tutto indipendente, proponendo per la prima volta una maratona a Roma che invece di girare intorno al Colosseo, ti porterà in altri centri vitali della città.
Following the 2018 exhibition Assurdita’ Contemporanea, the Gallery of Art of Temple University Rome is presenting a new project by Spazio In Situ, an artist run space in the neighborhood of Tor Bella Monaca, which has recently emerged as one of the most interesting art spaces in Rome. In this last year, this co-working studio has grown, with the addition of six new young artists, Sveva Angeletti, Alessandra Cecchini, Francesca Cornacchini, Federica di Pietrantonio, Daniele Sciacca and Guendalina Urbano.The current exhibition All’interno del Barattolo, is the first time that these artists are exhibiting together in a public space.The exhibition underlines the mission of Spazio In Situ to remain in constant dialogue with the work space as a source of artistic experience, a type of generator able to put in dialogue artists of very different mediums and styles (photography, installations, painting), but linked by their reflection on their daily existence, between container and contained, media and message, reality and art, in a relationship that also involves the spectator.
Spazio In Situ conclude la sua stagione con la quarta ed ultima puntata di “Gehen in den Berg spazieren”. Questa volta sono Yannick Lambelet e Lukas Beyeler ad essere invitati ad occupare l’artist run space di Tor Bella Monaca. La mostra “Gods are Dogs and we are b******” viene a rivestire lo spazio espositivo creando un ambiente super colorato, riempito dei numerosi dipinti di Lambelet e dei video di Beyeler. Un’ultima mostra che chiude la nostra scoperta del giovane panorama artistico svizzero attraverso un’indagine sulla cultura LGBT.
In un’epoca in cui i miti sono ormai spariti, questi due artisti ci conducono in un viaggio nel reale tramite immagini scomposte e ricomposte. Lo statuto di spettatore slitta a quello di avatar, integrato in un spazio parallelo in cui si possono percepire le influenze del multimediale. Le contaminazioni e le interazioni portate dal digitale hanno concretamente spostato il nostro occhio in un dispositivo di auto-fruizione, che ci mette alla pari delle leggende che hanno fatto la storia, almeno nella rappresentazione. “Gods are Dogs and we are b******” crea una “mise en abîme” che porta lo spettatore in un gioco di specchi dove tutto si trasforma in protesi per poi ritrarsi, per integrare la propria immagine nella realtà, aspettando di essere contemplato. Cosa succede quando cadono trucchi e parrucche? Quando l’opera diventa talmente oscena da autocensurarsi e l’illusione collassa a tal punto di integrarsi totalmente alla realtà?
Incrociare gli sguardi, confrontare le pratiche .Sono termini ai quali siamo abituati nell’arte contemporanea. Non è raro trovarli nelle esposizioni collettive e, è ovvio, quando si è in più, si deve discutere.
Il piacere del lavoro in comune è quello di sedersi attorno a un tavolo, su una terrazza e di costruire insieme una proposta. Quel tempo allegro e dolce, quella conversazione durante il caffè dopo un buon pasto, quel tempo è un privilegio. È il momento in cui le idee si muovono senza intoppi sulla tovaglia tra le posate e le macchie di vino prima che la pioggia ci costringa a riordinare tutto in fretta. I frammenti di questi scambi saranno tradotti, messi in forma nello spazio e, di ogni artista, si ritroveranno il linguaggio e le particolarità. Così si incroceranno l’energia e le sfumature folli di Gregory Sugnaux, la fine ingegnosità di Martin Jakob e la grezza fragilità di Liza Trottet, sperando che il visitatore abbia un po’ di quel sapore che fa la ricchezza di questi incontri.
Patrocinato dall’Istituto Svizzero di Roma e dall’Ambasciata di Svizzera in Italia
Dall’ 11 maggio 2019 al 1 giugno 2019 Inaugurazione sabato 11 maggio ore 19.00
Martin Jakob / Gregory Sugnaux / Liza TrottetIncrociare gli sguardi, confrontare le pratiche .Sono termini ai quali siamo abituati nell’arte contemporanea. Non è raro trovarli nelle esposizioni collettive e, è ovvio, quando si è in più, si deve discutere.Il piacere del lavoro in comune è quello di sedersi attorno a un tavolo, su una terrazza e di costruire insieme una proposta. Quel tempo allegro e dolce, quella conversazione durante il caffè dopo un buon pasto, quel tempo è un privilegio. È il momento in cui le idee si muovono senza intoppi sulla tovaglia tra le posate e le macchie di vino prima che la pioggia ci costringa a riordinare tutto in fretta. I frammenti di questi scambi saranno tradotti, messi in forma nello spazio e, di ogni artista, si ritroveranno il linguaggio e le particolarità. Così si incroceranno l’energia e le sfumature folli di Gregory Sugnaux, la fine ingegnosità di Martin Jakob e la grezza fragilità di Liza Trottet, sperando che il visitatore abbia un po’ di quel sapore che fa la ricchezza di questi incontri.
Patrocinato dall’Istituto Svizzero di Roma e dall’Ambasciata di Svizzera in Italia
Nel 1291, sulla pianura del Grütli, 3 uomini decisero di unire le loro forze e ribellarsi contro il regime totalitario imposto dagli Asburgo. Fu in questo momento, il 1 agosto, che fu fondata la Svizzera ed è lì che 820 anni dopo Denis Roueche decide di rappresentare il suo patriottismo, pieno di auto ironia. Per coloro che non conoscono il cervelas, si tratta di una vera icona della cultura Elvetica. Questa salsiccia, per quanto semplice sia, è l’equivalente svizzero della Coca Cola americana. Ogni svizzero, che non sia vegano o vegetariano, ha assaporato la cervelas almeno una volta. È con l’intenzione di portarci in Svizzera per il tempo di una mostra che Denis Roueche ci invita per una nuova edizione di Cervelas Party. Si tratta della prima esposizione del ciclo “Gehen in den Berg spazieren” che metterà in mostra vari artisti svizzeri a Spazio In Situ durante questa stagione. Tutto ciò che serve è un coltellino svizzero per dare allo spettatore l’opportunità di rappresentare la sua identità scolpendo il proprio cervelas! Con un gioco che ci porta in gita con molto umorismo, Roueche ci fa viaggiare nel suo paese natale, fatto di laghi e montagne, campi, formaggio, cioccolato, coltelli svizzeri e cervelas. Non era possibile trovare occasione migliore per introdurci in una meravigliosa passeggiata attraverso il Paesaggio artistico svizzero. “Solo un piccolo spuntino!” sembrerebbe voler dire l’artista, invitandoci a quella che non è semplicemente una grigliata, ma un momento estetico durante il quale lo statuto di artista viene offerto allo spettatore, che entra a far parte del dispositivo di dimostrazione messo in atto da Roueche. Un gesto semplice, che fa parte della banalità svizzera, un gesto nazionale, un gesto innocuo. Ed è proprio attraverso questo gesto che l’artista elvetico invita lo spettatore ad essere svizzero, il tempo di una braciolata.
Sveva Angeletti | Christophe Constantin | Marco De Rosa | Federica Di Pietrantonio | Chiara Fantaccione | Roberta Folliero | Andrea Frosolini | Francesco Palluzzi | Daniele Sciacca | Elisa Selli | Guendalina Urbani
Due anni fa Spazio In Situ apriva le sue porte per la prima volta, interrogandosi su cosa sarebbe diventato a breve e a lungo termine. Due anni sono ormai passati e anche se tante domande hanno trovato risposta, le preoccupazioni sono sempre le stesse. Da sei artisti siamo passati a undici e i 400 mq sono diventati 600. Lo spazio di Tor Bella Monaca evolve, senza perdere la sua identità e la sua singolarità nel panorama artistico capitolino. La linea dello spazio è più che mai tracciata: consapevole delle proprie qualità, In Situ si interroga riguardo il sistema dell’arte contemporanea, sulle sue caratteristiche e su quanto il suo statuto sia complesso. L’artist-run space è simultaneamente uno studio d’arte e uno spazio espositivo, zona di creazione e di fruizione, senza mai essere pienamente l’uno o l’altro. Personalmente lo qualificherei periferico al mondo dell’arte, una parola che Spazio In Situ ingloba pienamente sia a livello geografico che sul modo in cui si presenta come entità. Un luogo che lega la giovane produzione al rigore necessario, per trasmettere con qualità le idee degli artisti e permettere allo spettatore di fruire al meglio le opere. Uno spazio come questo ha un dovere morale da non sottovalutare, tanto quanto una galleria o un museo; tutti e tre sono mediatori di qualcosa di primordiale per la società odierna, la cultura. Questo ruolo non deve perdere di vista il suo potere pedagogico e le responsabilità che ne comporta.
Dare cultura o fare cultura è di per sé tentare di sradicare o per lo meno diminuire l’ignoranza costruendo un confine, operando in una zona rischiosa che purtroppo già è stata conquistata da un populismo internazionale. La qualità è democratica solamente se ottenuta studiando e lottando, essa si merita. È unicamente valutando la qualità, l’impegno, la consapevolezza di responsabilità morale e la coerenza che si può definire il coefficiente culturale di un operatore artistico. Presuntuoso? Sicuramente. Si tratta più di un ideale che di una vera qualifica, l’obbiettivo comune da raggiungere.
L’artist-run space può e deve tenerlo a mente: la ricerca di un miglioramento dell’offerta culturale non si presenta come prodotto ma come dono. È necessaria una costanza nella qualità dei lavori proposti, puntando non solo sulla realizzazione, ma soprattutto sul contenuto tramite messaggi universalmente leggibili per chi conosce il linguaggio dell’arte. Come tutte le altre lingue, questa necessita uno sforzo: ha la sua grammatica, che permette la chiarezza sulle intenzioni e sul messaggio, un’ortografia, ovvero il modo in cui si deve presentare, una coniugazione, legata al rapporto con la società odierna, e un vocabolario, costituito dalle forme che compongono l’opera. Tutti possono pretendere di essere artisti, come tutti possono pretendere di parlare inglese, ma solo i fatti certificano le parole, l’azione definisce l’autenticità di tale pretesa. Non sono i like o altri strumenti di misurazione che consentono la valutazione di un’opera, bensì le competenze di chi la fa e di chi la giudica. Questo fragile equilibrio esige un’eterna rimessa in questione, in un ambito che non deve essere contaminato dall’ignoranza; protetto ma aperto, non si deve mai staccare dal mondo reale. Come detto prima, è una grande responsabilità quella di diffondere cultura, pertanto un mediatore artistico deve valutare senza perdere di vista queste necessità, prima fra tutte la coerenza tra parole e azioni.
Spazio In Situ è cosciente di queste responsabilità e del suo ruolo, quello di uno spazio in cui la condivisione, il dialogo e la serietà si sposano per creare arte, uno spazio giovane, in perpetuo sviluppo che si costruisce su una base solida. Dopo due anni, Spazio In Situ cambia forma, una crescita non solo della sua superfice e degli artisti che lo compongono, ma anche una crescita di consapevolezza del suo dovere e delle sue caratteristiche. Anche quest’anno In Situ riflette su quello che è, uno spazio di fruizione e di produzione periferico. “Out of space” è un nuovo interrogativo degli artisti di fronte allo spazio che abitano, senza perdere di vista la leggerezza che infondono nella loro produzione.
Porter Ducrist
Out of space, fuori dallo spazio, fuori dal proprio spazio, fuori luogo, in periferia; ancora nel linguaggio informatico, fine dello spazio di archiviazione dati. Con questa mostra Spazio In Situ inaugura altri cinque studi d’artista, presentati sotto il nome di Spazio In Più.
Come altre volte in passato, il vero protagonista della mostra è il contesto, all’interno del quale gli artisti intervengono con sottolineature leggere. Un artist-run space è uno spazio in periferia rispetto al Sistema dell’Arte; in questo caso però la periferia è anche geografica e su tale aspetto giocano questi artisti che, a ogni inaugurazione, sfidano le distanze e invitano il pubblico a uscire dai confini del circuito ufficiale di musei e gallerie per approdare nel quartiere di Tor Bella Monaca.
Questa mostra su due livelli apre un nuovo capitolo, una nuova narrazione; il Tempo è di nuovo co-protagonista e le opere, volutamente in ombra rispetto al luogo che abitano, dialogano con quest’ultimo e tra di loro, mentre noi siamo inconsapevolmente partecipi di un’attesa, con la temporalità straziante e soggettiva che essa comporta. La mostra parte dall’assunto che ciò che vediamo all’interno di un luogo espositivo sia necessariamente arte. Quest’ultima è però mostrata senza sfarzi e senza sforzi, nella sua condizione di oggetto; l’intervento dell’artista in alcuni casi è appena percettibile e questa presenza così labile è la chiave di lettura dello spazio.
Le opere ci spingono così a riconsiderare il contesto in termini nuovi, senza cercare rifugio nelle forme o nelle rassicuranti categorie che solitamente incasellano le opere d’arte. Alla domanda “cosa ho davanti?” non c’è risposta perché l’unico interrogativo al quale questi artisti vogliono attualmente rispondere è “dove sono?”; ogni intervento è quindi pensato per rivendicare l’identità forte che Spazio In Situ ha costruito nel corso di questi due anni di attività. Lavorando in funzione del contesto che non è solo quello interno alle quattro mura, ma anche il quartiere, la città, con le proprie caratteristiche e problematiche, ogni artista sposta l’attenzione su ciò che solitamente è cornice, contenitore. L’inutilità del gesto artistico è rivendicata con forza attraverso operazioni che rifiutano interpretazioni poetiche e si rivolgono unicamente alla realtà, con le sue molteplici e contraddittorie sfaccettature.
Out of Space non è un tentativo ingenuo di sovvertire le leggi del mercato, anzi. La mostra è una lettura lucida dello spazio, reale e virtuale nel quale l’opera compie il suo ciclo vitale. Gli artisti, attraverso movimenti impercettibili, modulazioni di luce, messe in scena, artifici apparentemente inutili, disegnano davanti ai nostri occhi la scenografia di un luogo che, pur essendo fortemente radicato alla realtà, è contenitore di finzione.
Il tempo che abitiamo è sospeso, in attesa di un nuovo episodio.
Christophe Constantin | Marco De Rosa | Chiara Fantaccione | Roberta Folliero | Andrea Frosolini | Francesco Palluzzi | Elisa Selli
Se si provasse a rinchiudere sette artisti in una gabbia come dei ratti di laboratorio, per osservare come reagiscono tra di loro e come le loro produzioni si contaminano, si potrebbero percepire delle preoccupazioni comuni. Un’ideologia trasportata da un gruppo d’individui obbligati a confrontarsi e pensare come collettività. Un linguaggio comune che non sovrasta ogni singola produzione, bensì la rafforza, grazie ad un incrocio omogeneo di segni che si mescolano per scrivere un testo intelligibile, integrato in nel contesto storico e sociale attuale.. Quest’esperimento è stato realizzato a Spazio In Situ, artist-run space nella periferia romana, un’immensa white cube nella quale lavorano un gruppo di artisti che, durante gli ultimi due anni, hanno proposto un ciclo di mostre personali intitolato “Assurdità Contemporanea”. Invitandoli, la Temple University, offre al pubblico una visione d’insieme di questo ciclo. Una mostra nella quale lo spettatore si perde nel pensiero complesso di sette artisti che ritraggono il mondo che li circonda. Le due stanze espositive della Temple University Gallery si trasformano in una bacheca sulla quale ognuno di loro offre al pubblico la sua visione della società odierna. Le opere esposte dialogano come gli artisti fanno durante la loro convivenza, “Assurdità contemporanea” porta lo spettatore nello spirito schizofrenico della società contemporanea, nella quale si è persa il confine tra illusione e reale.
In Situ ha inaugurato i suoi spazi in ottobre del 2016 presentando Cosa Sarebbe se?, mostra collettiva che ha visto protagonisti i sei artisti creatori del progetto. Il collettivo In Situ nasce dall’esigenza di unirsi, senza costituirsi come gruppo nel significato storico-critico del termine, per rispondere alla necessità di far fronte, insieme, alla complessità dell’essere artista nella società contemporanea, e di fare della propria individuale ricerca un vero mestiere. Più che un insieme di studi, InSitu è un laboratorio di idee, un luogo in cui la condivisione e il confronto sono occasioni di crescita personale e collettiva. L’ambiente è aperto, nessuna divisione o barriera separa gli studi di ciascun artista. Le opere, libere di vivere lo spazio, comunicano tra loro, si contaminano, e danno vita a connessioni neuronali tipiche di un complesso ipertesto, serbatoio inesauribile di possibilità. In Situ, un organismo in continua trasformazione ed evoluzione, presenta esposizioni come “Assurdità Contemporanee”, un ciclo di sei mostre monografiche che si sono susseguite negli ultimi due anni, dove sono stati esposti gli inediti lavori di Marco De Rosa, Roberta Folliero, Andrea Frosolini, Christophe Constantin, Francesco Palluzzi ed Elisa Selli, frutto delle loro più recenti ricerche. Lo studio per l’allestimento delle mostre si trasforma in un White Cube, un tempo tempio di quel modernismo che elevava nell’iperuranio ogni opera d’arte che ne varcava la soglia, si tramuta qui in un ecosistema creativo e habitat di ibridazioni, in cui oggetti d’uso comune assurgono a protagonisti di un concept che sottolinea l’ingresso del reale all’interno dello spazio-museo, come necessità gnoseologica.
L’immagine del filo percorre le infinite declinazioni dell’esistenza umana in maniera pressoché trasversale. Si ricorre al medium tessile quasi come fosse il tessuto connettivo della nostra quotidianità. Siamo immersi in una realtà intessuta di allegorie, metafore, locuzioni che attraverso il vocabolario del filato, raccontano l’essenza stessa del nostro pensiero e della nostra immaginazione. L’essere e il tessere, come recita il titolo del testo di Luciano Ghersi. Chi di noi non ha mai perso il filo del discorso? E chi, allo stremo delle forze, non ha mai tentato di aggrapparsi a un filo di speranza? Quante volte abbiamo dovuto affrontare la complicata arte del dipanare matasse e quanti inganni tramati alle nostre spalle avrà in serbo per noi il destino? A un filo rosso è storicamente affidato il compito di rinsaldare legami, quello stesso filo rosso di cui i marinai si servono per districare il groviglio delle gomene. Nel Dizionario dei simboli Jean Chevalier e Alain Gheerbrandt definiscono il filo come “il mezzo che collega tutti gli stati dell’esistenza, fra loro e al loro Principio”. I lavori di Elisa Selli, protagonisti della mostra Plot, indagano proprio l’energia comunicativa dell’arte della tessitura, troppo spesso considerata figlia di un dio minore, linguaggio ancillare alla tradizione pittorica e scultorea. Erroneamente identificata con l’artigianato, accostamento quest’ultimo da alcuni fatto quasi con disprezzo, a volte declassata a mera arte decorativa, la lavorazione tessile dimostra invece, attraverso le opere qui presentate per la prima volta, la propria dignità e autonomia. Le quattro tele, legate indissolubilmente l’una all’altra, marcano con la propria presenza totemica i momenti fondamentali di una narrazione: come delle soglie da varcare, segnano il passaggio tra un qui e un altrove. Scarnificando all’estremo l’alfabeto dell’idioma figurativo, arrivando quindi all’essenzialità del colore puro, esse giocano sul terreno dell’ambiguità. La delicatezza del filo, infatti, sfida la pesantezza della materia pittorica; la struttura grezza del telaio scalza le leggi dello spazio dettate dalla cornice. Trama e ordito comunicano costantemente tra di loro, costruendo un dialogo serrato, alla base di qualsiasi tessuto. L’una dipende dall’altro, così come, nella costruzione del plot narrativo, è indispensabile la coesistenza, l’allacciamento di fabula e intreccio. La narrazione alla quale assistiamo è il frutto di una relazione dinamica, fatta di alleanze e tensioni. Ed è a questo punto che si inserisce la scelta dei colori delle quattro tele: ciano, magenta, giallo e nero. Uniti nell’acronimo CMYK (Cyan, Magenta, Yellow, Key black), essi danno vita alla stampa in quadricromia, detta anche a sintesi sottrattiva. Linguaggio puro, quest’ultima rende possibile la quasi totalità della comunicazione visiva, dai quotidiani attraverso i quali prendiamo atto della realtà, ai manifesti che punteggiano il paesaggio, ai volantini della pubblicità. Senza la miscelazione dei quattro pilastri del colore, la narrazione rimarrebbe inespressa. E terminiamo così dal principio: c’è un filo che lega a doppio nodo la narrazione, il vissuto, l’immagine e la dimensione intimista dell’atto del tessere.
Un bagliore, poi più nulla. Fugace, come un lampo; luce che si disperde, disfacendosi davanti agli occhi. Eppure per un attimo l’immagine c’è, presente in tutta la sua il lusoria affermazione di sè, completa, anche se solo per un breve frangente di estasi algoritmica. Caricamento. Attesa. La speranza di una nuova epifania. Lo scarto tra tangibile e virtuale non viene percepito come un limbo, bensì come spazio di interazioni in costante divenire: la parete si fa monitor, schermo al confine tra realtà e apparenza, interfaccia su cui (e in cui) avviene il loop di creazione/distruzione connaturato alla sintassi elettronica, emulazione e insieme superamento dei processi dinamici di riconfigurazione dell’ordine visuale. Appunto, figura. Un termine che sembra aver abbandonato i nostri dizionari, bandito da ogni discorso sull’arte che non voglia essere banale. Eppure il suo significato rimane profondo, incredibilmente vario, e si insinua di continuo, se non nei dialoghi, quantomeno nei pensieri di tutti. E nelle rare occasioni in cui si auspica un ritorno alla figurazione, il più delle volte lo si fa senza soppesare le implicazioni che questa riscoperta comporta, senza chiedersi quali sforzi, di fatto, una simile svolta richiederebbe.
Interrogarsi sullo statuto dell’immagine nell’era delle potenze digitali, sulla loro flui dità e contingenza, rappresenta una sfida sempre più ardua, e la presa d’atto dell’alienazione percettiva spesso fatica a esprimersi figurativamente. L’etimologia del termine figura, è già di per sè significativa: dal latino fingere, ovvero plasmare, modellare. Qui però, più che di valori propriamente plastici, la model lazione alla base del procedimento (o meglio, del programma pittorico) comporta l’applicazione di schemi, individuabili nella variazione dei rapporti di superficie. Donne dagli incarnati lividi, resi con inconsueto realismo, si fondono così organicamente alle brillanti campiture in foglia d’oro da far dubitare della loro fisicità. Una litania verticale di topolini tracciati con scioltezza calligrafica viene invece interrotta da una pausa non necessaria, di cui non comprendiamo la logica. Volti e mani sfuggono a ogni tentativo di definizione: le forme possono essere descritte, ma rimandano a dimensioni irraggiungibili, negate dalla loro stessa frammentazione, interdette da diaframmi impenetrabili. L’errore è parte integrante del sistema. Due finestre, concreta apertura introflessa l’una e cornice che racchiude atmosfere sfaccettate come solidi geometrici l’altra, concentrano in un sintomatico contrasto tutta la dialettica che struttura l’esposizione e ne alimenta le perplessità. Un topo si dondola, forse beffardo, aggrappato con la coda. Il mouse, prima strumento di controllo delle operazioni informatiche, si anima, rinunciando alla sua tradizionale funzione. Caricamento. Attesa. Di cui è impossibile determinare l’esito.
Edoardo Maggi
La quinta mostra in programma è quella di Francesco Palluzzi dal titolo “LOADING please wait”. Francesco Palluzzi ci propone un’immersione nel mondo virtuale, spaccandone i limiti con la realtà. Mediante l’arte, invita lo spettatore in un tempo parallelo, in cui tutto il divenire si trova sospeso. Spazio InSitu si trasforma in una pellicola sensibile, uno schermo nel quale ogni opera diventa una finestra, un altro programma. Le immagini saltano dalla modellazione 3D, al ritocco fotografico, dalla pausa sul lettore di musica, all’ errore di sistema; l’occhio del fruitore si trasforma in “mouse” che clicca e sposta le varie informazioni e immagini. Lo spettatore è assorbito da un mondo che conosce, ma che gli pare surreale, uno spazio in cui tutto si appiattisce, in cui l’errore diventa forma. L’artista si confronta con un mondo reale, contaminato progressivamente da un’illusione che mette radici nelle profonde incertezze degli individui, ormai divenute necessarie. Interrogandosi sull’effetto che i mezzi tecnologici contemporanei sviluppano sulle persone, Francesco risponde in maniera plastica, mischiando forme minimaliste ad una pratica manierista, vero paradosso nel dispositivo concettuale, che spinge lo spettatore in una voragine temporale. Le opere diventano un intreccio di stili, e di gesti, che insieme contaminano lo spazio, diventandone la protesi. “LOADING please wait” è composta di immagini che si racchiudono in un’unica corni ce, quella dello spazio espositivo. Passando la soglia, il pubblico entra a far parte di una struttura complessa in cui ogni dettaglio è un segno da interpretare. Assorbito in una serie di codici da tradurre, lo spettatore è obbligato a rimettere in questione ogni sua certezza. Provando a costruire un discorso logico immerso nella follia più assurda, le persone, bombardate dal flusso d’informazioni, si staccano dal reale per entrare all’interno di una grande immagine, rappresentazione della società .
Christophe Constantin | Marco De Rosa | Chiara Fantaccione | Roberta Folliero | Andrea Frosolini | Francesco Palluzzi | Elisa Selli
Non si può trovare migliore situazione, per parlare del luogo, dello Spazio In Situ. Quest’ultimo aggrega varie caratteristiche che amplificano problematiche sullo spazio in modo esponenziale, dalla sua posizione geografica al suo statuto inafferrabile; tutto sembra interrogare lo spettatore sulla vera definizione di ”spazio espositivo”. Entrando in un luogo come questo si penetra in una sorta di limbo dove le opere presentate, appena uscite dal retrobottega, sono esposte al pubblico; In Situ diventa uno spazio di sperimentazione sia formale che concettuale in cui gli artisti si divertono giocando con segni e materiali. Entrando subito in confronto con un possibile spettatore e con una critica, le opere in un luogo come questo, che si ama definire come off-space, hanno ancora la possibilità di essere modificate, dandogli la possibilità di continuare a crescere e quindi di esistere in un tempo parallelo a quello reale. Spazio In Situ è come una pellicola sensibile sulla quale vengono stampate a tempo reale le intuizioni e riflessioni degli artisti invitati.
Questo spazio espositivo, qualificabile come Non-Luogo, non ha niente da invidiare alle gallerie più importanti della capitale, anzi la sua ubicazione a Tor Bella Monaca obbliga chiunque ad intraprendere un viaggio che si trasformerà presto in un’esperienza estetica della realtà “fuori GRA” (limite psicologico della città), al di fuori dell’ambito artistico romano. In questo laboratorio s’intravede un possibile futuro, una ricerca incentrata sul presente; lo spettatore è integrato all’opera, invitato a guardare e ad interrogarsi su tutto quello che lo circonda, dai muri bianchi e il concetto di White cube, alle caratteristiche architettoniche od ai rumori dell’ambiente, persino il pavimento di cemento sporco dai lavori di ristrutturazione e di allestimento delle varie mostre.
In Da Place tenta di raggruppare tutto quello che Spazio In Situ è; presentando al pubblico un rapporto intimo tra artista e luogo, una discussione tra questi due concetti confusi in un mondo dove tutto è estetizzato e dove la nozione di spazio reale e tangibile si trova sempre contaminata da quella virtuale e immateriale.
In Situ apre la nuova stagione espositiva con la quarta mostra in programma del ciclo Assurdità Contemporanee. Handmade di Roberta Folliero è l’esposizione di una realtà soggiacente al chiasso, alla frenesia, alla ricerca spasmodica del nuovo, alla veloce caduta nell’oblio di qualcosa che sembrava necessario.
Elementi del vissuto emergono come residui di una storia, che potrebbe essere quella di ognuno di noi, vulnerabili come siamo alla caducità del nostro Io. L’atto stesso di mostrare tutto questo si costituisce come una delicata presa di coscienza, un’auspicata possibilità di soluzioni per l’esistenza in un mondo freddamente consumistico che sembra aver corrotto quella sensibilità interiore ritenuta prima inalienabile e senza tempo. La scelta di utilizzare i media tipici dell’arte odierna è di per sé lo svelamento di come un altro lato della medaglia possa esistere nonostante le ovvietà e le apparenze. Prodotti industriali come teli di plastica, supporti in ferro e rifilature in legno, dunque materiali dal rapido acquisto e dal facile consumo, sono utili solitamente a soddisfare soltanto il bisogno temporaneo di un arredamento non destinato a durare nel tempo, non adatto a caricarsi di un valore affettivo, perché così facilmente e spensieratamente sostituibili, deperibili e dimenticabili. Qui, invece, essi assumono una valenza del tutto diversa, grazie al segno-impronta tracciato da un’interiorità celata.
Oggi, nell’ epoca del prêt-à-porter in cui è possibile acquistare qualsiasi desiderio-prodotto con tempi di attesa praticamente nulli, un lavoro così totalizzante, perdurante nel tempo e portatore intrinseco di possibili imprevisti è un modo per proteggere qualcosa (un ricordo, un’esperienza passata, un’innocenza perduta) che è destinato a deperire. Se stessi, le proprie memorie di tessuti emotivi sono abilmente intrecciate nel candido filo da ricamo, permeato ormai dalla fatica delle mani che cuciono. Di fronte a un’opera di Roberta Folliero siamo davanti a un riscatto dell’essere (e dell’esserci): siamo di fronte a lei, in tutta la sua umanità. Così, un frammento di quotidianità urbana deturpata diventa il filtro di una realtà personale, di un sentimento potenzialmente collettivo e tutto contemporaneo. Un telo incompiuto, dalla trama non realizzata ma solo tracciata col disegno, si staglia nello spazio come ad essere un appiglio per il futuro, una chance per riscoprire un’intelligenza manuale che non conosciamo più; un lenzuolo adagiato a una struttura abbastanza grande da accogliere dei compagni di viaggio diventa un invito a guardare insieme attraverso la sua trasparenza: un velo che confonde, pur disvelando, un mondo intimo che si lascia inconsapevolmente osservare. Potreste essere al cospetto dei vostri ricordi, pazientemente ricoperti da uno strato di protezione. Potreste trovarvi qualcosa di ognuno di voi, a patto di riuscire a entrare in punta di piedi nelle trame di sensibilità per troppo tempo accantonate nel (o abbandonate al) caos.
Giulia Di Fazio
InSitu ospita, questa volta “Handmade”, quarta tappa del ciclo “Assurdità contemporanea”. Si tratta di un lavoro di Roberta Folliero che si distacca quasi totalmente da quelle dello degli artisti che l’hanno preceduto. Pur presentando opere diverse su un piano prettamente formale, Folliero condivide con gli altri artisti le stesse preoccupazioni che la spingono ad indagare il modus vivendi delle nuove generazioni, risucchiate dalle frenesie vertiginose della società contemporanea, dal tempo accelerato e dal, sempre più presente pressante consumismo industrializzato.
La mostra viene inserito in uno spazio volutamente asettico, che diventa parte integrante delle opere stesse. Le creazioni sono sospese per portare lo spettatore in un tempo parallelo, perché è proprio sul tempo che l’esposizione si incentra. Roberta Folliero offre la possibilità di vedere tutte le tape del suo lavoro: Il Non-fatto (bozzetto di un’idea abbandonata, che attende, però, una nuova opportunità di esistere), il Non-finito ( gesto radicale che cita artisti d’avanguardia) e, infine, il progetto completo che testimonia la possibilità di fattibilità del progetto desiderato. Un tombolino appeso sottolinea l’importanza del supporto, della superficie, avvicinando la sua arte a quello della pittura. I teli ricamati esclusivamente a mano offrono al fruitore la possibilità d’interrogarsi sul tempo impiegato per produrre un’opera e sul valore che essa acquista, perché non prodotta in serie o utilizzando mano d’opere a basso costo, ma costruita con la pazienza e la sensibilità dell’artista. Roberta si avventura, quindi, in una ricerca di autenticità che, oggi, rileva dell’assurdo, sottolineato, anche dalla scelta del materiale su cui ricamare: La Plastica. In questa mostra il passato incontra il presente, in uno spazio al difuori di tutte le dinamiche della società attuale. Lo spettatore è invitato ad uscire del “tempo, dalla frenesia quotidiana, per dare spazio alla melanconia, per distaccarsi un istante, riflettere e rilassarsi attraverso la contemplazione di questi teli dalle forme spettrali. L’esposizione si chiude su una domanda fondamentale: i teli di plastica sono usati per proteggere altri oggetti proprio dello scorrere inevitabile del tempo, ma cosa proteggerà i teli stessi? L’opera attraverserà il tempo o il tempo sentenzierà la fine dell’opera? La giovane artista ci lascia presagire, come in ogni sua opera, la fatalità dell’arte, dolce ironia dell’esistenza.
Lo spazio di In Situ si trasforma questa volta in un teatro dell’assurdo, portavoce dell’esilarante incoerenza della città di Roma. Nel paradosso di un mondo capovolto, dove ci tratteniamo a vivere in una confortante illusione di normalità, la creazione artistica abbandona il campo della bellezza e sbarra le porte dell’evasione, ponendoci di fronte a fastidiose domande.
Christophe Constantin propone, con le sue più recenti creazioni, un’analisi critica e irriverente della città eterna, dove il tempo non sembra scorrere come dovrebbe e lo spazio è disseminato degli oggetti più insensati. Le opere sono il prodotto di un’ osservazione, attenta e disincantata, di quella realtà concreta che spesso diamo per scontata, ma che è parte integrante del nostro vissuto. L’artista sceglie per la sua personale un titolo, Boh?!!, che ci conduce inesorabilmente nel territorio di un’assurda banalità, di una semplicità disturbante che sembra uno scherzo. Ma in fondo il gioco è questo. Mentre ci chiediamo dove finisca la realtà e dove inizi l’arte viene offerta ai nostri occhi l’essenza di un luogo, raccontata nei suoi aspetti più prosaici: un mucchio di arnesi e manufatti che l’artista ottiene relazionandosi al mondo dell’arte in maniera poliedrica e atipica, ma tenendo anche fisso lo sguardo alla storia più recente, specialmente del ready made. Ecco a voi Roma In Situ e un site specific all’ennesima potenza.
L’allestimento della mostra insinua che l’essenza non sta nei dipinti di Caravaggio, essa si perde contemplando le statue di Bernini: la vera essenza della città trionfa invece nei secchioni dell’immondizia disseminati qua e là per le strade, negli attrezzi da lavoro lasciati per caso poggiati su un muro di un cantiere inesistente, nella ruota di bicicletta ancora incatenata, mentre qualcuno ha già rubato il resto. Qualche anno fa si è conclusa l’era delle cabine telefoniche, la città non ha forse saputo accorgersene e i marciapiedi sono rimasti cosparsi di telefoni che non telefonano. L’artista lavora su un significato di cultura popolare che è nulla di più di ciò che il popolo vive nella sciatta quotidianità, e dalla sua ricerca sociale, cinica e realistica, scaturiscono solo e semplicemente gli oggetti che ci circondano e di cui non ci accorgiamo. Christophe Constantin li incontra nel contesto urbano e da lì li sradica per dargli nuova vita nello spazio espositivo, da dove essi, come statue ridicole, ci sbeffeggiano sublimando la loro grandiosa ovvietà. Abbandoniamo ogni poesia, ogni grazia e siamo qui funamboli in bilico fra gioco e non gioco, fra arte e realtà becera, a tratti irritante. Il prodotto di un Fellini impasolinato, un giocoso, un ironico, ma un critico anche. Privi e carichi insieme di ogni drammaticità, sculture e ready made riempiono dunque lo spazio nell’ennesima idea ridicola di Christophe.
La seconda mostra in programma è quella di Andrea Frosolini, dal titolo Eco. Cos’è un’ombra se non una proiezione inevitabilmente parziale e distorta del reale, incapace com’è di restituire un’immagine veritiera della sua fonte? Essa è, dopotutto, un residuo consolatorio, un impalpabile e sfuggente disegno che può solo rimandare alla sua origine. In un mondo pervaso da una luminosità diffusa spesso abbagliante, quella delle esperienze virtuali proiettate su innumerevoli schermi, così come quella emanata da mezzi di informazione fintamente rassicuranti, Andrea Frosolini, con la sua sensibilità finissima, apre una dimensione in cui l’aspetto attuale delle cose non combacia più con le sembianze che si era soliti attribuirgli.
La sua ricerca si configura come un’indagine, poeticamente disturbante, delle ambiguità di fondo che caratterizzano il nostro presente instabile, con l’intento di tradurle in opere al confine tra presenza e assenza, tra celato e manifesto. Ai dettami imposti da una società in cui dominano sorveglianza e spettacolarizzazione, Frosolini contrappone un lirismo spiazzante, sbilanciando il rapporto vincolante che unisce segno e significazione: ogni compensazione tra pieno e vuoto, ogni parvenza di equilibrio tra la concretezza fi- sica dell’oggetto e il suo appiattimento sulle superfici, viene spostata in favore della controparte latente, che, lungi dall’essere mero simulacro, diventa corpo e acquista un inedito spessore, sia materico che concettuale. L’ossessione estetizzante tipica della nostra epoca, assieme alla sua tendenza al livellamento del gusto e allo spianamento di qualsiasi fervore rivoluzionario, vengono denunciati attraverso l’esibizione di una paradossalità sottile, giocata su una continua alternanza tra note pop e toni intellettuali (tensioni idealizzanti si alternano a riferimenti commerciali), tra volumi scultorei e inserti più pittorici (gli ingombri plastici si accostano infatti a precise scelte cromatiche). C’è un’indubbia componente pornografica nelle pseudo-realtà che viviamo ogni giorno, popolate da modelli ai quali siamo chiamati a uniformarci. Ridotto a ombra di se stesso, il mondo occidentale già da tempo si è piegato di fronte al potere autoritario delle facili categorizzazioni, instupidito dai miraggi cangianti che nutrono il nostro immaginario ipertrofico.
In questo scenario desolante dove tutto è messo sotto i riflettori, le ombre di Frosolini vogliono porre l’attenzione sulla necessaria rivalutazione delle zone buie, dispiegate come un’eco di parole passate ma ancora cariche di presagi. Riflessi impossibili dai colori ottusi si estendono come appendici seducenti e riempiono lo spazio allungandosi beffardi. Impronte di velluto, che si impongono allo sguardo come sagome autonome, fanno fieramente le veci delle parti asportate di cui dovrebbero essere la sostituzione, il surrogato bidimensionale. Lo si vede negli oggetti comuni tagliati da una lastra di plexiglas che ne interrompe i profili e li scompone in forme improbabili (mobili firmati IKEA ma dal sapore sempre anonimo, voluta- mente depersonalizzato per soddisfare le esigenze più varie), così come nella silhouette di una sedia realizzata a grattage su un telo di plastica, che con la sua sospensione fantasmatica ridefinisce i concetti di trasparenza e opacità (presenza evanescente, certo, ma dall’identità ben definita). Una cornice dorata pende dal soffitto, fragile compromesso tra opulenza ed eleganza. Essa non inquadra il nulla, ma delimita, senza costringerlo, un vuoto fecondo, campo immaginifico dalle inespresse potenzialità. Non resta che chiedersi se il reale, o qualsiasi cosa venga, ostentandolo, spacciato per esso, sia effettivamente quello che è non tanto grazie a ciò che esiste, ma in virtù di ciò che manca.
Edoardo Maggi
La seconda mostra di Assurdità contemporanea è proposta da Andrea Frosolini. “Eco” introduce le nuove creazioni dell’artista, un lavoro che mantiene il tocco romantico dell’artista integrandoci una bella dose di cinismo. Le opere in mostra si presentono come una variazione su una forma, una ricerca di spezzamenti di piani paragonabile alla pratica dei Cubisti, il dipinto diventa scultura la superficie si apre nello spazio. Il quadro non è quello che è incorniciato ma quello che incornicia, ossia lo spazio espositivo. L’artista gioca tra il design e l’istallazione, tra il Kitsch e il minimal senza per lo più cadere da un lato o l’atro, ci presenta uno spettacolo di equilibrista sia formale sia concettuale. La perdita, la sparizione, il ricordo potrebbero saltare in mente a qualsiasi occhio davanti ad una di queste opere, ma il lavoro presentato da Frosolini è molto più sottile, nella sua purezza plastica, l’artista ci presenta un paesaggio della società dominante, una satira sul modo in cui funziona il mondo, sul valore che esso alla gente e agli oggetti. La lettura di queste opere si deve fare come camminando su un filo, l’abbiamo detto la pratica di Frosolini e simultaneamente Cinica e Poetica, pittura e scultura, preziosa e scarsa, quest’ultimo contrasto è sicuramente il punto che collega l’artista al mondo reale in cui vive, non tenta di sublimare Ikea e consorte, non tende neanche a criticarlo, ci presenta un dato di fatto: La standardizzazione dei gusti della società in direzione della mediocrità e del finto. Comprate e ricomprate, cambiate, gestite la vostra immagine, personalizzate la vostra vita! Come se non era possibile farlo senza acquisire mobili, che di più tutti hanno! Personalizzare è diventato la parola chiave di questo decennio, rendere personale, l’unica cosa che perde la personalità sembra essere chi ci crede. “ Eco” come il titolo lascia intuire ci presenta un grande vuoto che si fa la cassa di risonanza del consumismo, con i suoi oggetti che svengono in istantanei di velluto, la mostra è nella sua completezza un ritratto della vanità contemporanea, in cui tutto si crea ma niente permane, una società del effimero, in cui i vostri sogni vengono mangiati da una normalizzazione dell’essere, di una perdita d’identità. L’artista ci presenta la sua incomprensione di fronte a tale situazione, ci trasmette l’occhio incerto dei suoi coetanei, ci fa passare dall’altra parte della finestra, ci presenta il lato spetrale di una società in cui non si produce niente che rappresenta il nostro passaggio, nella quale non è più considerato il valore, ma la quantità, una società che crea più rifiuti che oggetti. L’artista c’invita a prendere distanza e a girare sul mondo in cui viviamo ed usa In Situ come pellicola sensibile per fare il ritratto della realtà.
Marco De Rosa sin dal titolo scelto per la sua personale, Work In Progress appunto, ci catapulta in una dimensione non finita, precaria, un olimpo del fai da te, dove l’autogestione delle risorse e l’arrangiarsi diventano mezzi di sopravvivenza nella fiera del consumismo più becero. La ricerca dell’artista si concretizza nella creazione di installazioni infrastrutturali che inglobano alcune parti architettoniche dell’ambiente. Arnesi da carpentiere, morse, livelle, nastri autobloccanti e metri sono collocati nello spazio simulando la presenza di lavori in corso. Un cantiere in fieri che mostra i segni della sua creazione, come fossero dei sigilli che suggellano l’esattezza dei propri rilievi. L’hic et nunc della loro esistenza nello spazio-tempo vacilla quando, immobile davanti ad esso, si trova il riguardante: come funzionano questi marchingegni? Cosa significano?
Marco De Rosa, proprio interrogandosi sulla funzione dell’opera d’arte, riflette sull’esigenza di catalogare e regolamentare tutto lo scibile di cui siamo investiti, per rendere perfettibile qualsiasi fatto esistente. La tensione verso la perfezione conduce inevitabilmente ad uno stesso risultato, che corrisponde ad un momento di stasi e di arresto. Proprio in questo istante, quando il non-senso delle strutture sembra coincidere con il caso, si comprende che le opere di De Rosa sono immortalate nell’atto di compiere una fragile operazione. Le installazioni sono strumenti di misurazione che, in un sistema regolamentato dalla ruota del profitto, sono destinati a rivelare l’inservibilità dei propri calcoli. L’artista affronta così il tabù culturale del fallimento visto come l’unica condizione che riuscirebbe ad innescare riflessioni e cambi di rotta, lasciando emergere quelle potenzialità rimaste inesplorate. Il Fallimento diventa così un’opportunità di crescita e di sviluppo sociale e collettivo, un’occasione in cui il confronto e la condivisione diventano la semantica di un nuovo codice.
Ironico e dissacrante è il linguaggio utilizzato da Marco De Rosa, che disegnando prospettive senza direttrici, e fornendo coordinate verso l’abbandono, traduce la vacuità delle azioni compiute da questi ingegnosi sistemi di calcolo, in metafore sull’inservibilità degli strumenti artistici. L’arte non serve, perché non è serva. Giocando sul filo dell’ironia e del doppio senso, Marco de Rosa si interroga sui mezzi che l’artista ha oggi a disposizione per plasmare ed imporsi sull’incertezza del contemporaneo.
Sara Fiorelli
Strumenti di misurazione, attrezzatura da lavoro, strutture inutili e paradossali. In work in progress, si riflette la società e il mondo dell’arte, un mondo dove tutte ciò che è apparentemente necessario si rivela privo di scopo. L’arte è inutile. Il mondo si basa su delle regole, rappresentazione simbolica della razionalità umana che lo portano a produrre qualcosa di indefinito e illeggibile. È un periodo fermo, statico, dove tutto resta cristallizzato nel tempo come in un’istantanea.
Marco De Rosa ci racconta questo, scatta una fotografia della nostra società, ironizzando portandola all’eccesso, mostrandone l’incapacità di movimento. Queste installazioni, sono immagini sospese tratte dalla quotidianità, elementi che comunicano tra loro cercando un aiuto, ma che nell’assurdità del loro rapporto si annullano, si rendono inutili. Perché una morsa dovrebbe tener fermo un pilastro, simbolo primo di stabilità? Cosa stanno misurando questi strumenti? È tutto un lavoro di preparazione per un qualcosa che non avverrà, o che almeno non c’è dato sapere. Entriamo in un pensiero ossessionato e malato, quello dell’ordine apparente. Un ordine che purtroppo non crea, in questo caso l’ordine diventa la finalità. È un mondo che riflette una realtà fittizia tormentata dalla perfezione che non lascia spazio a cambiamenti, ma che resta chiusa nel suo tempo. Sono oggetti che restano lontani da ciò che è l’idea di creare rimanendo pure composizioni fai da te impersonali.
Tutto diventa un “Do it yourself”; le opere dell’artista contengono un grande legame con la società contemporanea, sono raffigurazioni di tappe nella fabbricazione di qualcosa. Pongono la domanda a chi li osserva di chiedersi qual è il loro scopo. Elevando questi oggetti ad opera, l’artista ne priva della loro funzione anche non trasformandosi in ready-made. Infatti gli oggetti mantengono la loro funzione originale, ma grazie al processo creativo assumono una valenza più strutturale e compositiva che li muta in una mera visione atta a giocare con la forma. Sono opere in situ perché giocano con lo spazio aggrappandosi ad esso, ma rimangono esseri mutevoli. Le forme che assumono potrebbero variare e così i lavori diventano una delle molteplici facce di questo tempo rispecchiandone solo l’attuale realtà. Quale sarà l’aspetto della nostra società fra 10 anni? Cosa sarà cambiato? Vivendo nel nostro tempo possiamo solo essere spettatori o diventare artefici del nostro futuro? De Rosa ci interroga su questo aspetto della vita che coinvolge ognuno di noi; il cambiamento.
Christophe Constantin | Marco De Rosa | Roberta Folliero | Andrea Frosolini | Francesco Palluzzi | Elisa Selli
Risulta difficile, al giorno d’oggi, riferirsi a un movimento artistico e parlare di “gruppo”, poichè questi, in passato, erano catalogati, inquadrati rispettando determinati criteri formali. La libertà di creazione che caratterizza l’artista “contemporaneo”, mette la critica in difficoltà, perché essa non riesce più a trovare una linea che possa essere comune a un gruppo, senza utilizzare tematiche banali. Gli artisti che abitano il nostro tempo, con le loro possibilità infinite di viaggiare e spaziare, d’incontrarsi e mischiarsi con altre culture ed altre visioni, con la loro necessita di utilizzare internet e di essere interconnessi con il mondo esterno, posseggono, ogni giorno di più, caratteristiche cosi eterogenee che non possono essere inquadrate in un “movimento” che abbia aspetti comuni. Questo nuovo “modus vivendi e operandi” di ogni artista permette una possibilità infinita di scambi e informazioni. Paradossalmente, però, anche la disinformazione diventa virale, certezza e incertezza viaggiano sullo stesso binario, per cui, se è vero che le possibilità si moltiplicano, è anche vero che, per paura e timore molte strade non vengono esplorate.
La società in cui viviamo, cosi piena di stimoli e contraddizioni, genera in ogni individuo una profonda crisi. Ci siamo abituati al continuo peggioramento della nostra condizione, abbiamo accettato l’inaccettabile solo per paura di un ulteriore peggioramento che in realtà è ineluttabile. La nostra società rimane ferma, congelata nella sua routine, evitando di porsi una domanda fondamentale, frontiera di un possibile cambiamento: “Cosa sarebbe se?” Cosa sarebbe se non avessimo tutto ciò che ci definisce come uomini moderni ed evoluti, come sarebbe senza le nostre comodità e nostri soldi, le macchine, autostrade, i medici e i farmaci che ci mantengono in vita? Come sarebbe senza tutte queste cose che per noi sono irrinunciabili e che pur creano tutto questo malessere? Quante rinunce saremmo costretti a fare solo per esserci posti un simile interrogativo?
In Situ si pone queste domande. Questi sei artisti non sono un gruppo che segue tematiche o pratiche simili, ma sono sei giovani che provano a realizzare l’utopica idea di diventare artisti, provando ad avere un slancio verso il cambiamento sociale. La mostra a voi presentata, tenta di mantenere la forma attuale del sistema, cercando di proporla in maniera diversa. Accosta “l’emergenza di rivoluzione” delle nostre condizioni umane, non senza considerare la necessaria certezza che ci viene dalla società consumistica.
L’istallazione di Elisa Selli è un ottimo esempio di questo proposito. Viene proposta una visione alternativa dello spazio, in cui lo spettatore si trova al di sotto di alcuni mobili, forzato a contemplare la caduta degli oggetti. Il tutto è annunciato da una sedia spaccata sul pavimento. Il possibile sacrificio che il cambiamento proposto porta con se è ottenuto giocando con l’occhio dello spettatore. In questo allestimento assurdo, che cambia il punto di vista del fruitore e che inverte la realtà, si evince la dialettica tra reale ed illusione. Forse lo spettatore è nel posto sbagliato, ma è convinto che il suo pensiero sia calcato sulla verità, perché il suo punto di vista viene cambiato, ma non sconvolto. In quest’opera è sublimata la distruzione ed è presentata come un cambiamento verso un possibile reale più giusto.
Con le sue anamorfosi Marco De Rosa invita ed obbliga lo spettatore a cambiare posizioni e punti di vista. L’opera, vista frontalmente, forma un rettangolo. Solo quando giriamo intorno ad essa notiamo che la forma si decompone in vari pezzi di cortecce. Ognuna di esse è il frammento di un tutto e, pur non condividendo il medesimo piano dimensionale, sono indissociabili. Qual è la visione giusta dalla quale contemplare questo lavoro? La visione frontale e bidimensionale che è la più astratta, oppure quella in cui l’opera prende vita? L’invito in questo caso è considerare l’opera nel suo insieme e, contemporaneamente, spostarsi e considerare ogni pezzo nella sua unicità, dimenticando la forma iniziale. La stratificazione confonde lo spettatore, facendogli perdere di vista ciò che è reale e ciò che invece è illusione.
Francesco Palluzzi ci presenta anche lui una stratificazione affrontata però in modo meno formale. I suoi dipinti tratti da collage multimediali pongono lo spettatore di fronte all’interrogativo riguardo le varie tempistiche e la realizzazione di questo lavoro. Il dipinto non è tratto da un oggetto reale ma da un montaggio informatico. Palluzzi utilizza il concetto di messa in abisso, che spinge lo spettatore ad interrogarsi sulla propria società. Nell’opera, infatti, la realtà viene filtrata in modo da diventare onirica, finendo per perdere tutte le caratteristiche tipiche della realtà stessa. Un sogno che integra il reale e lo ingloba fino a renderlo irriconoscibile. L’opera di Francesco fa da eco a quella della Selli. In entrambi i casi lo spettatore deve rimettere in discussione le proprie certezze. Se ogni certezza viene tagliata la realtà finisce per crollare.
Quest’ultima affermazione ben si presta ad introdurre il lavoro di Andrea Frosolini. La sua lastra di marmo, sorretta da fili che, troppo sottili, mettono a rischio il destino della lastra stessa. Nel caso la lastra cadesse a terra, i frammenti di essa non saranno però da buttare ma saranno ricostruzione e racconto di ciò che è avvenuto. Da questi si può iniziare qualcosa di nuovo, senza dimenticare gli errori che hanno portato a tale distruzione. Dalla contemplazione di queste materie nasce la possibilità e l’esigenza di ricostruire. I frammenti di questo lavoro assumono un significato analogo alle rovine della Roma antica: monito per il futuro e ricordo di ciò che è stato. Una forte malinconia che non può lasciare il fruitore indifferente.
Roberta Folliero, attraverso il suo lavoro sembra chiederci: “Cosa ci è successo, come sarebbe il mondo senza il consumismo imperante e cosa sarebbero le nostre vite senza la certezza confortante del ricordo?”. La plastica che ricama diventa un filtro che separa l’arte dalla realtà, come se volesse preservarla, ricalcando l’atteggiamento delle nostre nonne che facevano lo stesso con i loro mobili. Tutto ciò, era ben prima della “generazione Ikea”, questa società del “pret à jeter”. Il lavoro della Folliero ironizza l’incomprensione che possono avere gli anziani sulla nostra società. La vivono, la guardano, ma in fondo non ne fanno totalmente parte. Il ritmo con il quale la società si muove, li lascia senza fiato, ma forse accade lo stesso anche con i più giovani, che si perdono nella corrente della troppa informazione, cercando un punto d’attacco al quale credere. Ma anche le certezze più indiscusse possono venire meno nella società di oggi: pensiamo che ogni cosa esista nella sua unicità in un solo posto e in un solo istante. In realtà oggi le nuove tecnologie permettono di condividere varie situazioni simultaneamente, il lavoro di Christophe Constantin è tratto da questo problema. L’opera condivide una realtà in vari luoghi. Constantin ci invita a viaggiare e ci connette con le opere della stessa serie. Il fruitore non può interagire direttamente con tutte le altre opere, a livello materiale, ma attraverso una sola opera può virtualmente usufruire delle altre. Le opere degli artisti di In Situ svelano, considerate unitamente le une alle altre, una nuova visione di vivere nel mondo di oggi con tutte le sue incertezze e le sue precarietà. Esse sono svelate anche attraverso l’uso e le scelte di materie tipiche di un’arte odierna per i materiali ma non per i contenuti. Il futuro prospettato dagli artisti è volutamente sfocato e incerto poiché la nostra società deve assolutamente compiere una netta inversione di marcia, rifiutando il consumo sconsiderato, lo spreco e le distruzioni. Tutto ciò impone, però, un distacco dalle comodità e dalle certezze del sistema presente ed è proprio questo nuovo approccio che i ragazzi propongono. Il futuro è il cambiamento che scegliamo di fare oggi. Non posso comunque attestare che tutto ciò sia una certezza, ma penso che serva ad aprire vie di riflessione.