<=/SPAC3

Spazio In Situ
curated by Porter Ducrist


24.10.20 / 07.11.20

Spazio In Situ presenta: <=/SPAC3 _a cura di Porter Ducrist

<sveva angeletti> Trecentosessanta metri cubi circa
<alessandra cecchini> Contenere il cielo #3
<christophe constantin> Non-finito
<francesca cornacchini> Ruins of me
<marco de rosa> Sirena
<federica di pietrantonio> im all poor drowings and bad decisions, tenderly basic
<chiara fantaccione> Every time I look at you I fall in love
<roberta folliero> un po’ d’aria fresca
<andrea frosolini> KINDA SINKIN’ <but still wet>
<guendalina urbani> bicchiere

#1 inaugurazione: 24 Ottobre – 13:00/21:00
#2 inaugurazione: 31 Ottobre – 13:00/21:00

– <=/SPAC3 è prorogata fino al 15 Gennaio 2021, in accordo con le nuove normative.

– per mantenere le norme di sicurezza consigliamo ai visitatori di contattarci per organizzare al meglio gli orari e non creare assembramenti.

La mostra sarà visitabile ogni giorno <su appuntamento> dalle 10:00 alle 18:00.


<insitu.roma@gmail.com – IG: @spazioinsitu FB: @insituroma>

La digitalizzazione intensiva inserita nel sistema Arte impone grandi cambiamenti organizzativi e concettuali che modificano a fondo il dispositivo di esposizione. Fino a poco fa la tecnologia numerica era un appoggio, come una protesi che offriva una maggior visibilità di un oggetto concreto. Mese dopo mese, anno dopo anno, ha preso più importanza che mai ed è diventata la finalità stessa dell’opera, ossia una smaterializzazione dell’oggetto con un potenziale riproduttivo infinito, con un costo pari al nulla. Un tale processo annulla completamente l’Aura di un’opera, riducendo il confronto con lo spettatore alla mera rappresentazione dell’opera stessa. La digitalizzazione è riuscita ad imporre al sistema arte una perdita totale di legittimità, il tutto con il consenso dell’ambiente nella sua quasi totalità. Questa corsa sfrenata alla visibilità ha annichilito una caratteristica profonda del ruolo dell’artista, requisendogli il monopolio sulla produzione d’immagini, capovolgendo, anzi, la situazione in una forma di grande “copia/incolla” nella quale non si capisce più chi è l’originale e chi il falso. Il più grande problema è l’omogeneizzazione del discorso in questo “gran teatro di pazzi” che è diventata la vita contemporanea. L’opera dematerializzata è traslocata in un non-luogo, sommando un calco sul piano della raffigurazione del reale, come se l’arte dovesse illustrare la copia della copia di se stessa, essendo, quest’ultima, una rappresentazione del reale, una sorta di superamento ascendente della realtà. Un’azione che la distacca completamente da qualsiasi critica, essendo diventata essa stessa il risultato di una trascendenza semiologica; L’Arte È! Tale statuto la protegge tramite un auto-legittimazione, priva di dialogo e di confronto, priva anche di una possibile via di uscita. L’arte con la digitalizzazione ha perso la sua ragion d’essere, in un processo analogo a quello che ha interessato il mondo della pittura nell’ottocento, sopraffatta dalla fotografia. Diventa interessante vederne gli effetti, quello che rimane dopo aver rimosso ciò che era ancora tangibile nell’apparato di esposizione. <=/SPAC3 è quindi pensata nell’ottica di un capovolgimento dell’oggetto mostra, integrato al non-luogo che ha sostituito lo spazio espositivo; sottolineandone le caratteristiche come una lunga descrizione, la mostra racconta lo spazio nella sua immaterialità e, insieme, la sua concretezza semantica all’epoca della sua riproducibilità digitale. Sottraendo allo spazio lo statuto di veicolo di arte, è l’arte stessa che ne giustifica l’utilità. Un tale cambiamento di postura, ne rivela una totale illeggibilità del senso, rendendone astratta persino la sua definizione. È nella ricerca di un senso che il pubblico è invitato a spostarsi tra le opere. Queste dialogano tra di loro fluttuando nell’ambiente, immergendo lo spettatore in un grande limbo, alla ricerca ossessiva di un filo logico. Ma nella destrutturazione del discorso, le opere esistono da sole, obbligando il fruitore a navigare nell’incognito.

Porter Ducrist

ENG//

The intensive digitization inserted in the Art system requires major organizational and conceptual changes that fundamentally modify the display device. Until recently, numerical technology was a support, like a prosthesis that offered greater visibility of a concrete object. Month after month, year after year, it has taken on more importance than ever and has become the very purpose of the work, that is, a dematerialization of the object with an infinite reproductive potential, with a cost equal to nothing. Such a process completely cancels the Aura of a work, reducing the confrontation with the viewer to the mere representation of the work itself. Digitization has managed to impose a total loss of legitimacy on the art system, all with the consent of the environment in its almost totality. This unbridled rush to visibility has annihilated a profound characteristic of the artist’s role, requisitioning him the monopoly on the production of images, turning the situation upside down in a form of great “copy / paste” in which it is no longer understood who the artist is. ‘original and who the fake. The biggest problem is the homogenization of discourse in this “great theater of madmen” that has become contemporary life. The dematerialized work is moved to a non-place, adding a cast on the level of the representation of the real, as if art were to illustrate the copy of the copy of itself, the latter being a representation of the real, a sort of ascending overcoming of reality. An action that completely detaches it from any criticism, having itself become the result of a semiological transcendence; Art IS! This statute protects it through a self-legitimation, without dialogue and confrontation, also without a possible way out. With digitization, art has lost its raison d’etre, in a process similar to the one that affected the world of painting in the nineteenth century, overwhelmed by photography. It becomes interesting to see the effects, what remains after removing what was still tangible in the display apparatus. <= / SPAC3 is therefore conceived from the perspective of an overturning of the exhibition object, integrated with the non-place that has replaced the exhibition space; Underlining its characteristics like a long description, the exhibition tells the space in its immateriality and, at the same time, its semantic concreteness at the time of its digital reproducibility. By subtracting the status of vehicle of art from space, it is art itself that justifies its usefulness. Such a change of posture reveals a total illegibility of its meaning, making even its definition abstract. It is in the search for meaning that the public is invited to move between the works. These interact with each other floating in the environment, plunging the viewer into a great limbo, obsessively searching for a logical thread. But in the deconstruction of the discourse, the works exist by themselves, forcing the viewer to navigate the unknown.

Porter Ducrist

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