Nicola Giammaria Gobbetto - Luca Staccioli - Cassidy Toner
curated by AnnaKarina
07.03.2026 - 07.05.2026

07 mar 2026 – 18:00
Group Show
CURATED BY AnnaKarina

Spazio In Situ partecipa a UNAROMA OFF – progetto a cura di Luca Lo Pinto e Cristiana Perrella per MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma – presentando nella propria sede Sometimes I just like to hear myself talk, mostra collettiva degli artisti Nicola Giammaria Gobbetto, Luca Staccioli e Cassidy Toner, a cura di AnnaKarina.
Inserendosi in questo contesto, che mette in connessione realtà indipendenti e istituzione museale, In Situ affida la curatela alla gatta AnnaKarina, introducendo un ulteriore punto di vista nel dialogo tra artista, spazio e istituzione.
Il progetto nasce dal desiderio di ripensare il gesto curatoriale, spostandolo da un piano razionale e discorsivo a uno percettivo e intuitivo.
L’idea di affidare la selezione delle opere a un gatto reale introduce una dimensione non antropocentrica nella costruzione della mostra, mettendo in discussione i meccanismi di scelta, giudizio e sensibilità propri del sistema dell’arte contemporanea.

La mostra da me concepita non si limita a occupare uno spazio: lo destabilizza, lo constringe a confrontarsi con la propria insufficienza ontologica. Del resto, ogni autentico gesto curatoriale è un atto di raffinata dominazione, una pratica che (come potete immaginare) mi è del tutto naturale.
Le opere non chiedono di essere interpretate secondo schemi lineari (che trovo, personalmente, di un’ingenuità quasi commovente) bensì di essere attraversate come campi di tensione semantica, territori in cui il significato si dissolve e si ricompone con la stessa eleganza con cui attraverso una stanza.
Il percorso espositivo opera per sottrazione: è un dispositivo critico che disarticola la presunta centralità dello spettatore umano, relegandolo (finalmente) a una posizione periferica, più consona alla sua condizione.
La mia curatela si configura dunque come una riflessione meta-estetica sulla possibilità stessa dell’esperienza sensibile: un invito a contemplare l’abisso dell’interpretazione e, possibilmente, a farlo con una certa compostezza (e forse con un leggero distacco).
Come ogni volta, quando scelgo degli artisti per delle mostre rimango affascinata dal loro rapportarsi con lo spazio, interrogandone le componenti, attivando la percezione e mettendo in evidenza quelle che sono le ossessioni di una collettività.
A questo interesse per lo spazio se ne aggiunge un altro per le modalità attraverso cui gli artisti mettono dunque in luce cose che sono da sempre sotto i nostri occhi, ma che evitiamo di vedere: come i detriti che si accumulano sotto un divano o la lettiera da cambiare. Cose che non si vogliono vedere, che sottolineano tanto la presenza/assenza di una vita votata al capitalismo quanto le sottili e impercettibili caratteristiche di uno spazio-tempo.
Non nego di avere poi un debole per quei lavori che giacciono direttamente sul pavimento o che pendono dal soffitto: gli uni poiché rimangono alla mia portata e attivano un movimento dello sguardo verso prospettive insolite, gli altri perché riguardano forse una mia mania che non sto qui a raccontare, ma che alcuni osservatori – i più intelligenti e arguti – sapranno certamente cogliere.
Ma entriamo ora nel merito di ciò che dunque popola la mostra, per quanto credo che le mie parole racchiudano un po’ il senso di tutto e – se provate a leggerle ad alta voce – vi renderete conto di come sia tutto squisitamente musicale.
Parliamo ora giusto un attimo degli artisti (sanno essere davvero permalosi a volte, non vorrei offenderli dedicando loro solo la conclusione del qui presente testo).
Nicola Giammaria Gobetto presenta questa simpatica opera che mette in scena ciò che è spesso ritenuto scabroso, estetizzando la natura semplicemente perfetta di forme organiche che altro non sono che la scultura intesa come espressione atavica. Qui la parola è traccia primaria e la composizione dichiarazione d’intenti: potrà apparire chiaro al pubblico come alcune forme naturalmente si manifestino attraverso dimostrazioni di autorità.
Luca Staccioli riempie in modo delizioso lo spazio di soffitti e pareti di qualcosa che richiama la forma quanto la sua distruzione imminente. L’opera si espande, occupa lo spazio: confesso che nutro affinità con questa modalità. Per lo stesso motivo sento che posso specchiarmi nel titolo… D’altra parte sabotare è la forma di partecipazione più onesta che conosco.
Cassidy Toner invece sfida l’agilità visiva dello spettatore, costretto a inseguire con lo sguardo questi disgustosi oggetti, che attraggono e repellono al tempo stesso, interrogando antichi concetti come il Sublime. Come resistere a queste piccole aggregazioni mobili? Non aspirano alla monumentalità ma celebrano l’accumulo e il residuo che coagula in forma. Come accade con certe tracce lasciate in luoghi insoliti non chiedono di essere guardate, ma una volta notate è impossibile smettere di farlo.
Ma non voglio annoiarvi oltre su quello che potete semplicemente osservare.
Miao Miao Prrr
P.S. grazie MACRO
AnnaKarina
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