OUT OF SPACE

Sveva Angeletti | Christophe Constantin | Marco De Rosa | Federica Di Pietrantonio | Chiara Fantaccione | Roberta Folliero | Andrea Frosolini | Francesco Palluzzi | Daniele Sciacca | Elisa Selli | Guendalina Urbani

Due anni fa Spazio In Situ apriva le sue porte per la prima volta, interrogandosi su cosa sarebbe diventato a breve e a lungo termine. Due anni sono ormai passati e anche se tante domande hanno trovato risposta, le preoccupazioni sono sempre le stesse. Da sei artisti siamo passati a undici e i 400 mq sono diventati 600. Lo spazio di Tor Bella Monaca evolve, senza perdere la sua identità e la sua singolarità nel panorama artistico capitolino.
La linea dello spazio è più che mai tracciata: consapevole delle proprie qualità, In Situ si interroga riguardo il sistema dell’arte contemporanea, sulle sue caratteristiche e su quanto il suo statuto sia complesso. L’artist-run space è simultaneamente uno studio d’arte e uno spazio espositivo, zona di creazione e di fruizione, senza mai essere pienamente l’uno o l’altro. Personalmente lo qualificherei periferico al mondo dell’arte, una parola che Spazio In Situ ingloba pienamente sia a livello geografico che sul modo in cui si presenta come entità. Un luogo che lega la giovane produzione al rigore necessario, per trasmettere con qualità le idee degli artisti e permettere allo spettatore di fruire al meglio le opere. Uno spazio come questo ha un dovere morale da non sottovalutare, tanto quanto una galleria o un museo; tutti e tre sono mediatori di qualcosa di primordiale per la società odierna, la cultura. Questo ruolo non deve perdere di vista il suo potere pedagogico e le responsabilità che ne comporta.

Dare cultura o fare cultura è di per sé tentare di sradicare o per lo meno diminuire l’ignoranza costruendo un confine, operando in una zona rischiosa che purtroppo già è stata conquistata da un populismo internazionale. La qualità è democratica solamente se ottenuta studiando e lottando, essa si merita. È unicamente valutando la qualità, l’impegno, la consapevolezza di responsabilità morale e la coerenza che si può definire il coefficiente culturale di un operatore artistico. Presuntuoso? Sicuramente. Si tratta più di un ideale che di una vera qualifica, l’obbiettivo comune da raggiungere.

L’artist-run space può e deve tenerlo a mente: la ricerca di un miglioramento dell’offerta culturale non si presenta come prodotto ma come dono. È necessaria una costanza nella qualità dei lavori proposti, puntando non solo sulla realizzazione, ma soprattutto sul contenuto tramite messaggi universalmente leggibili per chi conosce il linguaggio dell’arte. Come tutte le altre lingue, questa necessita uno sforzo: ha la sua grammatica, che permette la chiarezza sulle intenzioni e sul messaggio, un’ortografia, ovvero il modo in cui si deve presentare, una coniugazione, legata al rapporto con la società odierna, e un vocabolario, costituito dalle forme che compongono l’opera. Tutti possono pretendere di essere artisti, come tutti possono pretendere di parlare inglese, ma solo i fatti certificano le parole, l’azione definisce l’autenticità di tale pretesa. Non sono i like o altri strumenti di misurazione che consentono la valutazione di un’opera, bensì le competenze di chi la fa e di chi la giudica. Questo fragile equilibrio esige un’eterna rimessa in questione, in un ambito che non deve essere contaminato dall’ignoranza; protetto ma aperto, non si deve mai staccare dal mondo reale. Come detto prima, è una grande responsabilità quella di diffondere cultura, pertanto un mediatore artistico deve valutare senza perdere di vista queste necessità, prima fra tutte la coerenza tra parole e azioni.

Spazio In Situ è cosciente di queste responsabilità e del suo ruolo, quello di uno spazio in cui la condivisione, il dialogo e la serietà si sposano per creare arte, uno spazio giovane, in perpetuo sviluppo che si costruisce su una base solida.
Dopo due anni, Spazio In Situ cambia forma, una crescita non solo della sua superfice e degli artisti che lo compongono, ma anche una crescita di consapevolezza del suo dovere e delle sue caratteristiche. Anche quest’anno In Situ riflette su quello che è, uno spazio di fruizione e di produzione periferico. “Out of space” è un nuovo interrogativo degli artisti di fronte allo spazio che abitano, senza perdere di vista la leggerezza che infondono nella loro produzione.

Porter Ducrist

Out of space, fuori dallo spazio, fuori dal proprio spazio, fuori luogo, in periferia; ancora nel linguaggio informatico, fine dello spazio di archiviazione dati. Con questa mostra Spazio In Situ inaugura altri cinque studi d’artista, presentati sotto il nome di Spazio In Più.

Come altre volte in passato, il vero protagonista della mostra è il contesto, all’interno del quale gli artisti intervengono con sottolineature leggere. Un artist-run space è uno spazio in periferia rispetto al Sistema dell’Arte; in questo caso però la periferia è anche geografica e su tale aspetto giocano questi artisti che, a ogni inaugurazione, sfidano le distanze e invitano il pubblico a uscire dai confini del circuito ufficiale di musei e gallerie per approdare nel quartiere di Tor Bella Monaca.

Questa mostra su due livelli apre un nuovo capitolo, una nuova narrazione; il Tempo è di nuovo co-protagonista e le opere, volutamente in ombra rispetto al luogo che abitano, dialogano con quest’ultimo e tra di loro, mentre noi siamo inconsapevolmente partecipi di un’attesa, con la temporalità straziante e soggettiva che essa comporta. La mostra parte dall’assunto che ciò che vediamo all’interno di un luogo espositivo sia necessariamente arte. Quest’ultima è però mostrata senza sfarzi e senza sforzi, nella sua condizione di oggetto; l’intervento dell’artista in alcuni casi è appena percettibile e questa presenza così labile è la chiave di lettura dello spazio.

Le opere ci spingono così a riconsiderare il contesto in termini nuovi, senza cercare rifugio nelle forme o nelle rassicuranti categorie che solitamente incasellano le opere d’arte. Alla domanda “cosa ho davanti?” non c’è risposta perché l’unico interrogativo al quale questi artisti vogliono attualmente rispondere è “dove sono?”; ogni intervento è quindi pensato per rivendicare l’identità forte che Spazio In Situ ha costruito nel corso di questi due anni di attività. Lavorando in funzione del contesto che non è solo quello interno alle quattro mura, ma anche il quartiere, la città, con le proprie caratteristiche e problematiche, ogni artista sposta l’attenzione su ciò che solitamente è cornice, contenitore. L’inutilità del gesto artistico è rivendicata con forza attraverso operazioni che rifiutano interpretazioni poetiche e si rivolgono unicamente alla realtà, con le sue molteplici e contraddittorie sfaccettature.

Out of Space non è un tentativo ingenuo di sovvertire le leggi del mercato, anzi. La mostra è una lettura lucida dello spazio, reale e virtuale nel quale l’opera compie il suo ciclo vitale. Gli artisti, attraverso movimenti impercettibili, modulazioni di luce, messe in scena, artifici apparentemente inutili, disegnano davanti ai nostri occhi la scenografia di un luogo che, pur essendo fortemente radicato alla realtà, è contenitore di finzione.

Il tempo che abitiamo è sospeso, in attesa di un nuovo episodio.

Alessandra Cecchini

IN DA PLACE

Christophe Constantin | Marco De Rosa | Chiara Fantaccione | Roberta Folliero | Andrea Frosolini | Francesco Palluzzi | Elisa Selli

Non si può trovare migliore situazione, per parlare del luogo, dello Spazio In Situ.
Quest’ultimo aggrega varie caratteristiche che amplificano problematiche sullo spazio in modo esponenziale, dalla sua posizione geografica al suo statuto inafferrabile; tutto sembra interrogare lo spettatore sulla vera definizione di ”spazio espositivo”. Entrando in un luogo come questo si penetra in una sorta di limbo dove le opere presentate, appena uscite dal retrobottega, sono esposte al pubblico; In Situ diventa uno spazio di sperimentazione sia formale che concettuale in cui gli artisti si divertono giocando con segni e materiali. Entrando subito in confronto con un possibile spettatore e con una critica, le opere in un luogo come questo, che si ama definire come off-space, hanno ancora la possibilità di essere modificate, dandogli la possibilità di continuare a crescere e quindi di esistere in un tempo parallelo a quello reale.
Spazio In Situ è come una pellicola sensibile sulla quale vengono stampate a tempo reale le intuizioni e riflessioni degli artisti invitati.

Questo spazio espositivo, qualificabile come Non-Luogo, non ha niente da invidiare alle gallerie più importanti della capitale, anzi la sua ubicazione a Tor Bella Monaca obbliga chiunque ad intraprendere un viaggio che si trasformerà presto in un’esperienza estetica della realtà “fuori GRA” (limite psicologico della città), al di fuori dell’ambito artistico romano. In questo laboratorio s’intravede un possibile futuro, una ricerca incentrata sul presente; lo spettatore è integrato all’opera, invitato a guardare e ad interrogarsi su tutto quello che lo circonda, dai muri bianchi e il concetto di White cube, alle caratteristiche architettoniche od ai rumori dell’ambiente, persino il pavimento di cemento sporco dai lavori di ristrutturazione e di allestimento delle varie mostre.

In Da Place tenta di raggruppare tutto quello che Spazio In Situ è; presentando al pubblico un rapporto intimo tra artista e luogo, una discussione tra questi due concetti confusi in un mondo dove tutto è estetizzato e dove la nozione di spazio reale e tangibile si trova sempre contaminata da quella virtuale e immateriale.

Cosa Sarebbe Se?

Christophe Constantin | Marco De Rosa | Roberta Folliero | Andrea Frosolini | Francesco Palluzzi | Elisa Selli

Risulta difficile, al giorno d’oggi, riferirsi a un movimento artistico e parlare di “gruppo”, poichè questi, in passato, erano catalogati, inquadrati rispettando determinati criteri formali. La libertà di creazione che caratterizza l’artista “contemporaneo”, mette la critica in difficoltà, perché essa non riesce più a trovare una linea che possa essere comune a un gruppo, senza utilizzare tematiche banali. Gli artisti che abitano il nostro tempo, con le loro possibilità infinite di viaggiare e spaziare, d’incontrarsi e mischiarsi con altre culture ed altre visioni, con la loro necessita di utilizzare internet e di essere interconnessi con il mondo esterno, posseggono, ogni giorno di più, caratteristiche cosi eterogenee che non possono essere inquadrate in un “movimento” che abbia aspetti comuni. Questo nuovo “modus vivendi e operandi” di ogni artista permette una possibilità infinita di scambi e informazioni. Paradossalmente, però, anche la disinformazione diventa virale, certezza e incertezza viaggiano sullo stesso binario, per cui, se è vero che le possibilità si moltiplicano, è anche vero che, per paura e timore molte strade non vengono esplorate.

La società in cui viviamo, cosi piena di stimoli e contraddizioni, genera in ogni individuo una profonda crisi. Ci siamo abituati al continuo peggioramento della nostra condizione, abbiamo accettato l’inaccettabile solo per paura di un ulteriore peggioramento che in realtà è ineluttabile. La nostra società rimane ferma, congelata nella sua routine, evitando di porsi una domanda fondamentale, frontiera di un possibile cambiamento: “Cosa sarebbe se?” Cosa sarebbe se non avessimo tutto ciò che ci definisce come uomini moderni ed evoluti, come sarebbe senza le nostre comodità e nostri soldi, le macchine, autostrade, i medici e i farmaci che ci mantengono in vita? Come sarebbe senza tutte queste cose che per noi sono irrinunciabili e che pur creano tutto questo malessere? Quante rinunce saremmo costretti a fare solo per esserci posti un simile interrogativo?

In Situ si pone queste domande. Questi sei artisti non sono un gruppo che segue tematiche o pratiche simili, ma sono sei giovani che provano a realizzare l’utopica idea di diventare artisti, provando ad avere un slancio verso il cambiamento sociale. La mostra a voi presentata, tenta di mantenere la forma attuale del sistema, cercando di proporla in maniera diversa. Accosta “l’emergenza di rivoluzione” delle nostre condizioni umane, non senza considerare la necessaria certezza che ci viene dalla società consumistica.

L’istallazione di Elisa Selli è un ottimo esempio di questo proposito. Viene proposta una visione alternativa dello spazio, in cui lo spettatore si trova al di sotto di alcuni mobili, forzato a contemplare la caduta degli oggetti. Il tutto è annunciato da una sedia spaccata sul pavimento. Il possibile sacrificio che il cambiamento proposto porta con se è ottenuto giocando con l’occhio dello spettatore. In questo allestimento assurdo, che cambia il punto di vista del fruitore e che inverte la realtà, si evince la dialettica tra reale ed illusione. Forse lo spettatore è nel posto sbagliato, ma è convinto che il suo pensiero sia calcato sulla verità, perché il suo punto di vista viene cambiato, ma non sconvolto. In quest’opera è sublimata la distruzione ed è presentata come un cambiamento verso un possibile reale più giusto.

Con le sue anamorfosi Marco De Rosa invita ed obbliga lo spettatore a cambiare posizioni e punti di vista. L’opera, vista frontalmente, forma un rettangolo. Solo quando giriamo intorno ad essa notiamo che la forma si decompone in vari pezzi di cortecce. Ognuna di esse è il frammento di un tutto e, pur non condividendo il medesimo piano dimensionale, sono indissociabili. Qual è la visione giusta dalla quale contemplare questo lavoro? La visione frontale e bidimensionale che è la più astratta, oppure quella in cui l’opera prende vita? L’invito in questo caso è considerare l’opera nel suo insieme e, contemporaneamente, spostarsi e considerare ogni pezzo nella sua unicità, dimenticando la forma iniziale. La stratificazione confonde lo spettatore, facendogli perdere di vista ciò che è reale e ciò che invece è illusione.

Francesco Palluzzi ci presenta anche lui una stratificazione affrontata però in modo meno formale. I suoi dipinti tratti da collage multimediali pongono lo spettatore di fronte all’interrogativo riguardo le varie tempistiche e la realizzazione di questo lavoro. Il dipinto non è tratto da un oggetto reale ma da un montaggio informatico. Palluzzi utilizza il concetto di messa in abisso, che spinge lo spettatore ad interrogarsi sulla propria società. Nell’opera, infatti, la realtà viene filtrata in modo da diventare onirica, finendo per perdere tutte le caratteristiche tipiche della realtà stessa. Un sogno che integra il reale e lo ingloba fino a renderlo irriconoscibile. L’opera di Francesco fa da eco a quella della Selli. In entrambi i casi lo spettatore deve rimettere in discussione le proprie certezze. Se ogni certezza viene tagliata la realtà finisce per crollare.

Quest’ultima affermazione ben si presta ad introdurre il lavoro di Andrea Frosolini. La sua lastra di marmo, sorretta da fili che, troppo sottili, mettono a rischio il destino della lastra stessa. Nel caso la lastra cadesse a terra, i frammenti di essa non saranno però da buttare ma saranno ricostruzione e racconto di ciò che è avvenuto. Da questi si può iniziare qualcosa di nuovo, senza dimenticare gli errori che hanno portato a tale distruzione. Dalla contemplazione di queste materie nasce la possibilità e l’esigenza di ricostruire. I frammenti di questo lavoro assumono un significato analogo alle rovine della Roma antica: monito per il futuro e ricordo di ciò che è stato. Una forte malinconia che non può lasciare il fruitore indifferente.

Roberta Folliero, attraverso il suo lavoro sembra chiederci: “Cosa ci è successo, come sarebbe il mondo senza il consumismo imperante e cosa sarebbero le nostre vite senza la certezza confortante del ricordo?”. La plastica che ricama diventa un filtro che separa l’arte dalla realtà, come se volesse preservarla, ricalcando l’atteggiamento delle nostre nonne che facevano lo stesso con i loro mobili. Tutto ciò, era ben prima della “generazione Ikea”, questa società del “pret à jeter”. Il lavoro della Folliero ironizza l’incomprensione che possono avere gli anziani sulla nostra società. La vivono, la guardano, ma in fondo non ne fanno totalmente parte. Il ritmo con il quale la società si muove, li lascia senza fiato, ma forse accade lo stesso anche con i più giovani, che si perdono nella corrente della troppa informazione, cercando un punto d’attacco al quale credere. Ma anche le certezze più indiscusse possono venire meno nella società di oggi: pensiamo che ogni cosa esista nella sua unicità in un solo posto e in un solo istante. In realtà oggi le nuove tecnologie permettono di condividere varie situazioni simultaneamente, il lavoro di Christophe Constantin è tratto da questo problema. L’opera condivide una realtà in vari luoghi. Constantin ci invita a viaggiare e ci connette con le opere della stessa serie. Il fruitore non può interagire direttamente con tutte le altre opere, a livello materiale, ma attraverso una sola opera può virtualmente usufruire delle altre. Le opere degli artisti di In Situ svelano, considerate unitamente le une alle altre, una nuova visione di vivere nel mondo di oggi con tutte le sue incertezze e le sue precarietà. Esse sono svelate anche attraverso l’uso e le scelte di materie tipiche di un’arte odierna per i materiali ma non per i contenuti. Il futuro prospettato dagli artisti è volutamente sfocato e incerto poiché la nostra società deve assolutamente compiere una netta inversione di marcia, rifiutando il consumo sconsiderato, lo spreco e le distruzioni. Tutto ciò impone, però, un distacco dalle comodità e dalle certezze del sistema presente ed è proprio questo nuovo approccio che i ragazzi propongono. Il futuro è il cambiamento che scegliamo di fare oggi. Non posso comunque attestare che tutto ciò sia una certezza, ma penso che serva ad aprire vie di riflessione.