what kind of perversion im showing off | Francesca Cornacchini, Federica Di Pietrantonio, Chiara Fantaccione, Andrea Frosolini | text by Porter Ducrist, photos by Marco De Rosa, Chiara Fantaccione, Andrea Frosolini

Spazio In Situ continua la presentazione delle sue varie sfaccettature, con una mostra questa volta legata ai collegamenti che internet e il virtuale possono creare, dei ponti che li connettono direttamente alla realtà. “What kind of perversion I’m showing off” apre un dialogo tra le opere di Francesca Cornacchini, Federica Di Pietrantonio, Chiara Fantaccione e Andrea Frosolini, nel quale l’immagine viene materializzata e l’oggetto perde la sua forma tangibile, dove concetti diventano visibili e dove la barriera tra reale e illusione collassa per lasciare il posto a un super-realismo, integrato nella nostra quotidianità.

Il curatore dice:

Da ogni cultura detta alternativa emergono punti focali e domande che meritano di essere approfondite. Il Post-Internet non è un’eccezione alla regola, anche se frequentemente si è incentrato sul medium e la tecnologia, lasciando da parte il cambiamento drastico che ha imposto alla società, compresi le comodità e i problemi che si sono svelati durante gli ultimi anni e che influenzano la vita di ogni individuo. È sicuramente una tematica di cui tutti siamo consapevoli e di cui tutti possiamo avere un’opinione positiva e negativa allo stesso tempo, tematica da prendere sicuramente con i guanti per non aprire polemiche demonizzanti o cadere nell’elogio accecante della novità. Che si ami o si odi, internet ha modificato in profondità il modo in cui interagiamo con ogni elemento del sistema contemporaneo, l’arte compresa. Diventa esso stesso sistema perché dialoga in modo diretto con ogni singolo oggetto o con ogni azione che eseguiamo ogni giorno. Il modo in cui è entrato nella nostra quotidianità e con il quale contamina le nostre realtà rivela una caduta di confine, una perdita di ogni limite imposto da un modo di pensare ormai superato, creando ben spesso paradossi che mettono il mondo di fronte ad una sfida, un dilemma che cambierà sicuramente l’intera società a venire.
Questa perdita di frontiera cambia la definizione di qualunque concetto linguistico inventato per categorizzare le nostre azioni e i nostri diritti, cominciando dalla privacy, che ormai viene difesa in modo assurdo, in contrapposizione con il narcisismo universale e il bisogno di rendere pubblico ogni avvenimento o pensiero della propria vita. Difendere la preservazione della sfera intima in tal caso diventa incongruo, anzi dimostra una mancanza di coerenza tra l’azione e la richiesta. La privacy è un concetto ormai antiquato, poiché barattato con la necessità di mettersi in mostra, di esibirsi fino a trasformarsi in un’immagine senza diritti e senza identità propria. Quest’idea ha messo radici al più profondo dell’inconscio collettivo, distruggendo la dialettica tra oggetto e soggetto, mettendo in primo piano la rappresentazione che ne risultava. Internet ha reso piatto l’oggetto, superficializzando il senso e la sua definizione. La vita è diventata un’opera degna di essere vista.
La smaterializzazione di ogni cosa non è sconosciuta all’ambito dell’arte, ricordiamo la mostra “Les Immatériaux” inaugrata negli anni 80 a Beaubourg, dalla quale si potevano immaginare le infinite opportunità che la tecnologia poteva aprire e di quanto poteva essere sconvolgente per ogni entità della società. Passati ormai più di trent’anni, sono cadute tante illusioni, sono certamente state frenate tante possibilità di sviluppare idee nuove, per motivazioni non sempre trasparenti; ormai è tempo forse di fare il punto, ignorando l’illusione che la tecnologia basta per giustificare un concetto. Il media anche se interattivo non rende per forza un’opera contemporanea. Non mi fate dire quello che non ho detto, non sprono un ritorno a vecchie tecniche per giustificare l’arte, ma difendo un uso motivato di ogni medium possibile: “La forma risponde al concetto, non deve essere un’aggiunta che servirebbe solo a spettacolarizzare e a complicare la lettura di un opera”. Come segnalato prima, tentare di difendere la pittura piuttosto che un media più recente sarebbe un tentativo di catalogare e di rimettere limiti, l’idea è piuttosto quella di fare dialogare e interagire i vari supporti offerti al fine di creare una dialettica che s’inserisce perfettamente nella descrizione della società contemporanea. “What kind of perversion I’m showing off” offre al pubblico una visione sul modo con il quale interagiamo con le “Nuove” tecnologie, tentando di rendere tangibile concetti astratti e dando forma a atteggiamenti generalizzati, aggiungerei banalizzati. Non si tratta di dare forma reale a un gesto artistico, ma di dare forma artistica ad un atteggiamento reale, rivelandone certi aspetti e certe conseguenze. La mostra svela il rapporto trasversale intrinseco ad ogni oggetto o persona, una dicotomia che lega il virtuale al reale. Una relazione che al presente si nota in ogni elemento con il quale un individuo si può trovare a dover interagire.
Sono cadute le frontiere, i confini sono svaniti e con loro sicuramente tante certezze, nel presente come nel futuro bisognerà stare attenti a delle interazioni non desiderate, ma non si può più affermare che il virtuale e il reale siano due linee rette che vanno dritte e parallele, ma piuttosto che si sovrappongono per diventare un’unica nozione, una singola vicenda.

Porter Ducrist