Elisa Selli | a cura di Alessandra Addante, foto di Marco De Rosa

 

L’immagine del filo percorre le infinite declinazioni dell’esistenza umana in maniera pressoché trasversale. Si ricorre al medium tessile quasi come fosse il tessuto connettivo della nostra quotidianità. Siamo immersi in una realtà intessuta di allegorie, metafore, locuzioni che attraverso il vocabolario del filato, raccontano l’essenza stessa del nostro pensiero e della nostra immaginazione. L’essere e il tessere, come recita il titolo del testo di Luciano Ghersi. Chi di noi non ha mai perso il filo del discorso? E chi, allo stremo delle forze, non ha mai tentato di aggrapparsi a un filo di speranza? Quante volte abbiamo dovuto affrontare la complicata arte del dipanare matasse e quanti inganni tramati alle nostre spalle avrà in serbo per noi il destino? A un filo rosso è storicamente affidato il compito di rinsaldare legami, quello stesso filo rosso di cui i marinai si servono per districare il groviglio delle gomene. Nel Dizionario dei simboli Jean Chevalier e Alain Gheerbrandt definiscono il filo come “il mezzo che collega tutti gli stati dell’esistenza, fra loro e al loro Principio”.
I lavori di Elisa Selli, protagonisti della mostra Plot, indagano proprio l’energia comunicativa dell’arte della tessitura, troppo spesso considerata figlia di un dio minore, linguaggio ancillare alla tradizione pittorica e scultorea. Erroneamente identificata con l’artigianato, accostamento quest’ultimo da alcuni fatto quasi con disprezzo, a volte declassata a mera arte decorativa, la lavorazione tessile dimostra invece, attraverso le opere qui presentate per la prima volta, la propria dignità e autonomia.
Le quattro tele, legate indissolubilmente l’una all’altra, marcano con la propria presenza totemica i momenti fondamentali di una narrazione: come delle soglie da varcare, segnano il passaggio tra un qui e un altrove. Scarnificando all’estremo l’alfabeto dell’idioma figurativo, arrivando quindi all’essenzialità del colore puro, esse giocano sul terreno dell’ambiguità. La delicatezza del filo, infatti, sfida la pesantezza della materia pittorica; la struttura grezza del telaio scalza le leggi dello spazio dettate dalla cornice. Trama e ordito comunicano costantemente tra di loro, costruendo un dialogo serrato, alla base di qualsiasi tessuto. L’una dipende dall’altro, così come, nella costruzione del plot narrativo, è indispensabile la coesistenza, l’allacciamento di fabula e intreccio. La narrazione alla quale assistiamo è il frutto di una relazione dinamica, fatta di alleanze e tensioni. Ed è a questo punto che si inserisce la scelta dei colori delle quattro tele: ciano, magenta, giallo e nero. Uniti nell’acronimo CMYK (Cyan, Magenta, Yellow, Key black), essi danno vita alla stampa in quadricromia, detta anche a sintesi sottrattiva. Linguaggio puro, quest’ultima rende possibile la quasi totalità della comunicazione visiva, dai quotidiani attraverso i quali prendiamo atto della realtà, ai manifesti che punteggiano il paesaggio, ai volantini della pubblicità. Senza la miscelazione dei quattro pilastri del colore, la narrazione rimarrebbe inespressa. E terminiamo così dal principio: c’è un filo che lega a doppio nodo la narrazione, il vissuto, l’immagine e la dimensione intimista dell’atto del tessere.

Alessandra Addante