Out of Space

Sveva Angeletti | Christophe Constantin | Marco De Rosa | Federica Di Pietrantonio | Chiara Fantaccione | Roberta Folliero | Andrea Frosolini | Francesco Palluzzi | Daniele Sciacca | Elisa Selli | Guendalina Urbani, a cura di Porter Ducrist, testo di Alessandra Cecchini, foto di Marco De Rosa

Due anni fa Spazio In Situ apriva le sue porte per la prima volta, interrogandosi su cosa sarebbe diventato a breve e a lungo termine. Due anni sono ormai passati e anche se tante domande hanno trovato risposta, le preoccupazioni sono sempre le stesse. Da sei artisti siamo passati a undici e i 400 mq sono diventati 600. Lo spazio di Tor Bella Monaca evolve, senza perdere la sua identità e la sua singolarità nel panorama artistico capitolino.
La linea dello spazio è più che mai tracciata: consapevole delle proprie qualità, In Situ si interroga riguardo il sistema dell’arte contemporanea, sulle sue caratteristiche e su quanto il suo statuto sia complesso. L’artist-run space è simultaneamente uno studio d’arte e uno spazio espositivo, zona di creazione e di fruizione, senza mai essere pienamente l’uno o l’altro. Personalmente lo qualificherei periferico al mondo dell’arte, una parola che Spazio In Situ ingloba pienamente sia a livello geografico che sul modo in cui si presenta come entità. Un luogo che lega la giovane produzione al rigore necessario, per trasmettere con qualità le idee degli artisti e permettere allo spettatore di fruire al meglio le opere. Uno spazio come questo ha un dovere morale da non sottovalutare, tanto quanto una galleria o un museo; tutti e tre sono mediatori di qualcosa di primordiale per la società odierna, la cultura. Questo ruolo non deve perdere di vista il suo potere pedagogico e le responsabilità che ne comporta.

Dare cultura o fare cultura è di per sé tentare di sradicare o per lo meno diminuire l’ignoranza costruendo un confine, operando in una zona rischiosa che purtroppo già è stata conquistata da un populismo internazionale. La qualità è democratica solamente se ottenuta studiando e lottando, essa si merita. È unicamente valutando la qualità, l’impegno, la consapevolezza di responsabilità morale e la coerenza che si può definire il coefficiente culturale di un operatore artistico. Presuntuoso? Sicuramente. Si tratta più di un ideale che di una vera qualifica, l’obbiettivo comune da raggiungere.

L’artist-run space può e deve tenerlo a mente: la ricerca di un miglioramento dell’offerta culturale non si presenta come prodotto ma come dono. È necessaria una costanza nella qualità dei lavori proposti, puntando non solo sulla realizzazione, ma soprattutto sul contenuto tramite messaggi universalmente leggibili per chi conosce il linguaggio dell’arte. Come tutte le altre lingue, questa necessita uno sforzo: ha la sua grammatica, che permette la chiarezza sulle intenzioni e sul messaggio, un’ortografia, ovvero il modo in cui si deve presentare, una coniugazione, legata al rapporto con la società odierna, e un vocabolario, costituito dalle forme che compongono l’opera. Tutti possono pretendere di essere artisti, come tutti possono pretendere di parlare inglese, ma solo i fatti certificano le parole, l’azione definisce l’autenticità di tale pretesa. Non sono i like o altri strumenti di misurazione che consentono la valutazione di un’opera, bensì le competenze di chi la fa e di chi la giudica. Questo fragile equilibrio esige un’eterna rimessa in questione, in un ambito che non deve essere contaminato dall’ignoranza; protetto ma aperto, non si deve mai staccare dal mondo reale. Come detto prima, è una grande responsabilità quella di diffondere cultura, pertanto un mediatore artistico deve valutare senza perdere di vista queste necessità, prima fra tutte la coerenza tra parole e azioni.

Spazio In Situ è cosciente di queste responsabilità e del suo ruolo, quello di uno spazio in cui la condivisione, il dialogo e la serietà si sposano per creare arte, uno spazio giovane, in perpetuo sviluppo che si costruisce su una base solida.
Dopo due anni, Spazio In Situ cambia forma, una crescita non solo della sua superfice e degli artisti che lo compongono, ma anche una crescita di consapevolezza del suo dovere e delle sue caratteristiche. Anche quest’anno In Situ riflette su quello che è, uno spazio di fruizione e di produzione periferico. “Out of space” è un nuovo interrogativo degli artisti di fronte allo spazio che abitano, senza perdere di vista la leggerezza che infondono nella loro produzione.

Porter Ducrist

Out of space, fuori dallo spazio, fuori dal proprio spazio, fuori luogo, in periferia; ancora nel linguaggio informatico, fine dello spazio di archiviazione dati. Con questa mostra Spazio In Situ inaugura altri cinque studi d’artista, presentati sotto il nome di Spazio In Più.

Come altre volte in passato, il vero protagonista della mostra è il contesto, all’interno del quale gli artisti intervengono con sottolineature leggere. Un artist-run space è uno spazio in periferia rispetto al Sistema dell’Arte; in questo caso però la periferia è anche geografica e su tale aspetto giocano questi artisti che, a ogni inaugurazione, sfidano le distanze e invitano il pubblico a uscire dai confini del circuito ufficiale di musei e gallerie per approdare nel quartiere di Tor Bella Monaca.

Questa mostra su due livelli apre un nuovo capitolo, una nuova narrazione; il Tempo è di nuovo co-protagonista e le opere, volutamente in ombra rispetto al luogo che abitano, dialogano con quest’ultimo e tra di loro, mentre noi siamo inconsapevolmente partecipi di un’attesa, con la temporalità straziante e soggettiva che essa comporta. La mostra parte dall’assunto che ciò che vediamo all’interno di un luogo espositivo sia necessariamente arte. Quest’ultima è però mostrata senza sfarzi e senza sforzi, nella sua condizione di oggetto; l’intervento dell’artista in alcuni casi è appena percettibile e questa presenza così labile è la chiave di lettura dello spazio.

Le opere ci spingono così a riconsiderare il contesto in termini nuovi, senza cercare rifugio nelle forme o nelle rassicuranti categorie che solitamente incasellano le opere d’arte. Alla domanda “cosa ho davanti?” non c’è risposta perché l’unico interrogativo al quale questi artisti vogliono attualmente rispondere è “dove sono?”; ogni intervento è quindi pensato per rivendicare l’identità forte che Spazio In Situ ha costruito nel corso di questi due anni di attività. Lavorando in funzione del contesto che non è solo quello interno alle quattro mura, ma anche il quartiere, la città, con le proprie caratteristiche e problematiche, ogni artista sposta l’attenzione su ciò che solitamente è cornice, contenitore. L’inutilità del gesto artistico è rivendicata con forza attraverso operazioni che rifiutano interpretazioni poetiche e si rivolgono unicamente alla realtà, con le sue molteplici e contraddittorie sfaccettature.

Out of Space non è un tentativo ingenuo di sovvertire le leggi del mercato, anzi. La mostra è una lettura lucida dello spazio, reale e virtuale nel quale l’opera compie il suo ciclo vitale. Gli artisti, attraverso movimenti impercettibili, modulazioni di luce, messe in scena, artifici apparentemente inutili, disegnano davanti ai nostri occhi la scenografia di un luogo che, pur essendo fortemente radicato alla realtà, è contenitore di finzione.

Il tempo che abitiamo è sospeso, in attesa di un nuovo episodio.

Alessandra Cecchini