Francesco Palluzzi | curated by Porter Ducrist, text by Edoardo Maggi

Loading Please Wait

Un bagliore, poi più nulla. Fugace, come un lampo; luce che si disperde, disfacendosi davanti agli occhi. Eppure per un attimo l’immagine c’è, presente in tutta la sua il lusoria affermazione di sè, completa, anche se solo per un breve frangente di estasi algoritmica. Caricamento. Attesa. La speranza di una nuova epifania. Lo scarto tra tangibile e virtuale non viene percepito come un limbo, bensì come spazio di interazioni in costante divenire: la parete si fa monitor, schermo al confine tra realtà e apparenza, interfaccia su cui (e in cui) avviene il loop di creazione/distruzione connaturato alla sintassi elettronica, emulazione e insieme superamento dei processi dinamici di riconfigurazione dell’ordine visuale. Appunto, figura. Un termine che sembra aver abbandonato i nostri dizionari, bandito da ogni discorso sull’arte che non voglia essere banale. Eppure il suo significato rimane profondo, incredibilmente vario, e si insinua di continuo, se non nei dialoghi, quantomeno nei pensieri di tutti. E nelle rare occasioni in cui si auspica un ritorno alla figurazione, il più delle volte lo si fa senza soppesare le implicazioni che questa riscoperta comporta, senza chiedersi quali sforzi, di fatto, una simile svolta richiederebbe.

Interrogarsi sullo statuto dell’immagine nell’era delle potenze digitali, sulla loro flui dità e contingenza, rappresenta una sfida sempre più ardua, e la presa d’atto dell’alienazione percettiva spesso fatica a esprimersi figurativamente. L’etimologia del termine figura, è già di per sè significativa: dal latino fingere, ovvero plasmare, modellare. Qui però, più che di valori propriamente plastici, la model lazione alla base del procedimento (o meglio, del programma pittorico) comporta l’applicazione di schemi, individuabili nella variazione dei rapporti di superficie. Donne dagli incarnati lividi, resi con inconsueto realismo, si fondono così organicamente alle brillanti campiture in foglia d’oro da far dubitare della loro fisicità. Una litania verticale di topolini tracciati con scioltezza calligrafica viene invece interrotta da una pausa non necessaria, di cui non comprendiamo la logica. Volti e mani sfuggono a ogni tentativo di definizione: le forme possono essere descritte, ma rimandano a dimensioni irraggiungibili, negate dalla loro stessa frammentazione, interdette da diaframmi impenetrabili. L’errore è parte integrante del sistema. Due finestre, concreta apertura introflessa l’una e cornice che racchiude atmosfere sfaccettate come solidi geometrici l’altra, concentrano in un sintomatico contrasto tutta la dialettica che struttura l’esposizione e ne alimenta le perplessità. Un topo si dondola, forse beffardo, aggrappato con la coda. Il mouse, prima strumento di controllo delle operazioni informatiche, si anima, rinunciando alla sua tradizionale funzione. Caricamento. Attesa. Di cui è impossibile determinare l’esito.

Edoardo Maggi

La quinta mostra in programma è quella di Francesco Palluzzi dal titolo “LOADING please wait”. Francesco Palluzzi ci propone un’immersione nel mondo virtuale, spaccandone i limiti con la realtà. Mediante l’arte, invita lo spettatore in un tempo parallelo, in cui tutto il divenire si trova sospeso. Spazio InSitu si trasforma in una pellicola sensibile, uno schermo nel quale ogni opera diventa una finestra, un altro programma. Le immagini saltano dalla modellazione 3D, al ritocco fotografico, dalla pausa sul lettore di musica, all’ errore di sistema; l’occhio del fruitore si trasforma in “mouse” che clicca e sposta le varie informazioni e immagini. Lo spettatore è assorbito da un mondo che conosce, ma che gli pare surreale, uno spazio in cui tutto si appiattisce, in cui l’errore diventa forma. L’artista si confronta con un mondo reale, contaminato progressivamente da un’illusione che mette radici nelle profonde incertezze degli individui, ormai divenute necessarie. Interrogandosi sull’effetto che i mezzi tecnologici contemporanei sviluppano sulle persone, Francesco risponde in maniera plastica, mischiando forme minimaliste ad una pratica manierista, vero paradosso nel dispositivo concettuale, che spinge lo spettatore in una voragine temporale. Le opere diventano un intreccio di stili, e di gesti, che insieme contaminano lo spazio, diventandone la protesi. “LOADING please wait” è composta di immagini che si racchiudono in un’unica corni ce, quella dello spazio espositivo. Passando la soglia, il pubblico entra a far parte di una struttura complessa in cui ogni dettaglio è un segno da interpretare. Assorbito in una serie di codici da tradurre, lo spettatore è obbligato a rimettere in questione ogni sua certezza. Provando a costruire un discorso logico immerso nella follia più assurda, le persone, bombardate dal flusso d’informazioni, si staccano dal reale per entrare all’interno di una grande immagine, rappresentazione della società .

Porter Ducrist

DURING THE OPENING

Marisa Furlan Photos