Eco

Andrea Frosolini |  curated by Porter Du Crist, text by Edoardo Maggi. photos by Marco De Rosa

Eco

La seconda mostra in programma è quella di Andrea Frosolini, dal titolo Eco. Cos’è un’ombra se non una proiezione inevitabilmente parziale e distorta del reale, incapace com’è di restituire un’immagine veritiera della sua fonte? Essa è, dopotutto, un residuo consolatorio, un impalpabile e sfuggente disegno che può solo rimandare alla sua origine. In un mondo pervaso da una luminosità diffusa spesso abbagliante, quella delle esperienze virtuali proiettate su innumerevoli schermi, così come quella emanata da mezzi di informazione fintamente rassicuranti, Andrea Frosolini, con la sua sensibilità finissima, apre una dimensione in cui l’aspetto attuale delle cose non combacia più con le sembianze che si era soliti attribuirgli.

La sua ricerca si configura come un’indagine, poeticamente disturbante, delle ambiguità di fondo che caratterizzano il nostro presente instabile, con l’intento di tradurle in opere al confine tra presenza e assenza, tra celato e manifesto. Ai dettami imposti da una società in cui dominano sorveglianza e spettacolarizzazione, Frosolini contrappone un lirismo spiazzante, sbilanciando il rapporto vincolante che unisce segno e significazione: ogni compensazione tra pieno e vuoto, ogni parvenza di equilibrio tra la concretezza fi- sica dell’oggetto e il suo appiattimento sulle superfici, viene spostata in favore della controparte latente, che, lungi dall’essere mero simulacro, diventa corpo e acquista un inedito spessore, sia materico che concettuale. L’ossessione estetizzante tipica della nostra epoca, assieme alla sua tendenza al livellamento del gusto e allo spianamento di qualsiasi fervore rivoluzionario, vengono denunciati attraverso l’esibizione di una paradossalità sottile, giocata su una continua alternanza tra note pop e toni intellettuali (tensioni idealizzanti si alternano a riferimenti commerciali), tra volumi scultorei e inserti più pittorici (gli ingombri plastici si accostano infatti a precise scelte cromatiche). C’è un’indubbia componente pornografica nelle pseudo-realtà che viviamo ogni giorno, popolate da modelli ai quali siamo chiamati a uniformarci. Ridotto a ombra di se stesso, il mondo occidentale già da tempo si è piegato di fronte al potere autoritario delle facili categorizzazioni, instupidito dai miraggi cangianti che nutrono il nostro immaginario ipertrofico.

In questo scenario desolante dove tutto è messo sotto i riflettori, le ombre di Frosolini vogliono porre l’attenzione sulla necessaria rivalutazione delle zone buie, dispiegate come un’eco di parole passate ma ancora cariche di presagi. Riflessi impossibili dai colori ottusi si estendono come appendici seducenti e riempiono lo spazio allungandosi beffardi. Impronte di velluto, che si impongono allo sguardo come sagome autonome, fanno fieramente le veci delle parti asportate di cui dovrebbero essere la sostituzione, il surrogato bidimensionale. Lo si vede negli oggetti comuni tagliati da una lastra di plexiglas che ne interrompe i profili e li scompone in forme improbabili (mobili firmati IKEA ma dal sapore sempre anonimo, voluta- mente depersonalizzato per soddisfare le esigenze più varie), così come nella silhouette di una sedia realizzata a grattage su un telo di plastica, che con la sua sospensione fantasmatica ridefinisce i concetti di trasparenza e opacità (presenza evanescente, certo, ma dall’identità ben definita). Una cornice dorata pende dal soffitto, fragile compromesso tra opulenza ed eleganza. Essa non inquadra il nulla, ma delimita, senza costringerlo, un vuoto fecondo, campo immaginifico dalle inespresse potenzialità. Non resta che chiedersi se il reale, o qualsiasi cosa venga, ostentandolo, spacciato per esso, sia effettivamente quello che è non tanto grazie a ciò che esiste, ma in virtù di ciò che manca.

Edoardo Maggi

La seconda mostra di Assurdità contemporanea è proposta da Andrea Frosolini. “Eco” introduce le nuove creazioni dell’artista, un lavoro che mantiene il tocco romantico dell’artista integrandoci una bella dose di cinismo. Le opere in mostra si presentono come una variazione su una forma, una ricerca di spezzamenti di piani paragonabile alla pratica dei Cubisti, il dipinto diventa scultura la superficie si apre nello spazio. Il quadro non è quello che è incorniciato ma quello che incornicia, ossia lo spazio espositivo. L’artista gioca tra il design e l’istallazione, tra il Kitsch e il minimal senza per lo più cadere da un lato o l’atro, ci presenta uno spettacolo di equilibrista sia formale sia concettuale. La perdita, la sparizione, il ricordo potrebbero saltare in mente a qualsiasi occhio davanti ad una di queste opere, ma il lavoro presentato da Frosolini è molto più sottile, nella sua purezza plastica, l’artista ci presenta un paesaggio della società dominante, una satira sul modo in cui funziona il mondo, sul valore che esso alla gente e agli oggetti. La lettura di queste opere si deve fare come camminando su un filo, l’abbiamo detto la pratica di Frosolini e simultaneamente Cinica e Poetica, pittura e scultura, preziosa e scarsa, quest’ultimo contrasto è sicuramente il punto che collega l’artista al mondo reale in cui vive, non tenta di sublimare Ikea e consorte, non tende neanche a criticarlo, ci presenta un dato di fatto: La standardizzazione dei gusti della società in direzione della mediocrità e del finto. Comprate e ricomprate, cambiate, gestite la vostra immagine, personalizzate la vostra vita! Come se non era possibile farlo senza acquisire mobili, che di più tutti hanno! Personalizzare è diventato la parola chiave di questo decennio, rendere personale, l’unica cosa che perde la personalità sembra essere chi ci crede. “ Eco” come il titolo lascia intuire ci presenta un grande vuoto che si fa la cassa di risonanza del consumismo, con i suoi oggetti che svengono in istantanei di velluto, la mostra è nella sua completezza un ritratto della vanità contemporanea, in cui tutto si crea ma niente permane, una società del effimero, in cui i vostri sogni vengono mangiati da una normalizzazione dell’essere, di una perdita d’identità. L’artista ci presenta la sua incomprensione di fronte a tale situazione, ci trasmette l’occhio incerto dei suoi coetanei, ci fa passare dall’altra parte della finestra, ci presenta il lato spetrale di una società in cui non si produce niente che rappresenta il nostro passaggio, nella quale non è più considerato il valore, ma la quantità, una società che crea più rifiuti che oggetti. L’artista c’invita a prendere distanza e a girare sul mondo in cui viviamo ed usa In Situ come pellicola sensibile per fare il ritratto della realtà.

In Situ

DURING THE OPENING

Chiara Fantaccione Photos