Sara Fiorelli per Art In Write Out \\ Marco De Rosa

Come nasce il progetto In Situ e in cosa si distingue nel panorama (romano) degli studi d’artista?

Nasce da sei ragazzi che hanno voglia di fare. Ci siamo conosciuti tutti in accademia e avevamo già abbastanza le idee chiare di cosa fare nella nostra vita. Vivendo a Roma e a contatto con l’ambiente artistico romano abbiamo concepito l’idea di un progetto diverso rispetto a quello che vedevamo, un progetto che si basasse sull’autoproduzione  perché  solo in questo modo, a nostro avviso, saremmo riusciti a portare avanti, liberamente, le nostre ricerche.
Innanzitutto era necessario per noi trovare  uno spazio ampio, un posto che, oltre ad essere uno studio nel senso classico del termine, ci permettesse anche di portare avanti lavori riguardanti scenografie ed allestimenti per esempio.

Quindi la scelta di uno spazio adeguato è stata fondamentale?

Esatto. Volevamo un ambiente che non ci ponesse limiti fisici nel produrre qualsiasi cosa, uno spazio che ci offrisse qualcosa in più, come la possibilità di pensare in grande. Volevamo uno spazio dove poter lavorare senza essere limitati. Tutti gli altri artisti che hanno visto questo posto sono rimasti affascinati, la grandezza ha il suo effetto, come la luce naturale.
All’inizio volevamo creare una divisione che separasse gli spazi personali con dei separé  o pareti mobili, poi alla fine ci siamo accorti che questo spazio funziona bene così com’è. Così all’interno dello studio si è creata una vera e propria contaminazione, personale e collettiva, perché, pur mantenendo una ricerca individuale precisa, andiamo tutti verso una stessa direzione, abbiamo concetti e pensieri comuni che vogliamo portare avanti.

Assurdità Contemporanee è il titolo del nuovo ciclo di mostre di cui vi siete fatti promotori. Come nasce il progetto?

Prima dell’apertura dello studio abbiamo avuto un anno di riflessione determinato dai lavori di restauro dello spazio che abbiamo eseguito noi stessi. La prima mostra ci è capitata per caso: gli organizzatori della RAW (Rome Art Week) ci hanno chiesto di partecipare con un nostro evento tra gli open studios e alla fine abbiamo fatto coincidere l’inaugurazione di In Situ con questa occasione.
Subito dopo abbiamo iniziato a pensare a mostre personali da realizzare in questo spazio; chiunque sentivamo ci dava il suo sostegno, diceva che era una buona idea.
Assurdità Contemporanee nasce quindi con l’intento di sponsorizzare sia il progetto collettivo di In Situ sia i lavori di ciascun artista. Così abbiamo pensato di organizzare questo ciclo di sei mostre, distanziate l’una dall’altra di circa due mesi, perché in questo spazio noi lavoriamo anche su commissioni di vario genere, quindi lo studio-laboratorio non poteva essere adibito esclusivamente a spazio espositivo. Questa serie di mostre inoltre ci avrebbe permesso di avere, per la durata dell’intero anno, una visibilità costante.

Un ambiente nuovo e  fresco, proprio come le vostre idee

Assurdità contemporanee nasce infatti anche dall’esigenza di creare un contesto a Roma che corrispondesse alla nostra visione del mondo. Spesso quello che vediamo quando visitiamo i vari spazi espositivi, non ci parla, o meglio, non ci può più parlare, perché non vediamo nessuna corrispondenza con il nostro modo di agire, ma piuttosto è in linea con chi lavorava trent’anni fa.
Così giochiamo un po’ sul filo dell’ironia che vediamo nel mondo oggi. Le cose che vediamo e che non sopportiamo. Un’idea  che oltre a parlare di noi critica anche l’assurdità contemporanea.

La tua mostra s’intitola Work In Progress. Ci si ritrova in un ambiente dove a prima vista sembra che si stiano ultimando dei lavori di ristrutturazione. Come ha preso forma l’idea e qual’è il messaggio di cui ti volevi far portatore attraverso questi lavori?

Abbiamo scelto di iniziare proprio con questa mostra perché rispecchia l’atteggiamento che vorremmo avere: cambiare le cose in un mondo che oggi vediamo fermo e non aperto alle novità che possiamo proporre, il tentativo di realizzare un cambiamento.
La mostra è nata qui, in questo studio, e si propone come una sorta di riflesso, o di metafora del mondo in cui viviamo. Crea una sorta di ribaltamento: quando andiamo nelle gallerie del centro, vediamo che il riscontro di pubblico proviene spesso da un determinato ambiente culturale, si tratta per così dire di “addetti ai lavori”, mentre le persone comuni restano escluse da questa esperienza.
Ecco, io con questa mostra volevo ribaltare questa situazione. Gli  attrezzi con cui ho costruito le mie strutture sono strumenti da operaio, usati da persone che lavorano ancora artigianalmente e che, a differenza di chi non sa adoperare questi arnesi, riescono a capire la loro funzione e la loro utilità  È una provocazione che si gioca tutta su un filo sottile, che è anche il mio modo di lavorare.

Un’esposizione dal carattere fortemente ironico, una risposta alla staticità in cui versa attualmente il sistema dell’arte

Sono lavori non lavori. Ho cercato di distaccarmi un po’ dal concetto tradizionale di opera, perché il pensiero che formulo, che nasce e cresce nel laboratorio,  se venisse messo in un museo perderebbe la sua capacità di muoversi. Qui invece le installazioni sono mutevoli, possono essere composte e scomposte in altre forme. In un futuro, se dovessi creare queste strutture altrove, il concetto rimarrebbe lo stesso, mentre cambierebbe solo la forma.
La mia scelta stilistica è stata anche quella di allestire un cantiere, sì, ma un cantiere assurdamente ordinato, con una precisione e una maniacalità che poi contraddistinguono tutto il mio lavoro. Si è venuta a creare così una staticità disturbante, che, ribadisco, è ciò che noi vediamo nel mondo che ci circonda, una staticità fine a sé stessa.

Questo nuovo percorso segna un netto cambio di rotta rispetto alla tua precedente ricerca artistica?

L’apertura dello studio ci ha aiutato ad affrontare il passaggio dal mondo accademico a quello della professionalità indipendente e questo ha sicuramente influito sulla maturazione del mio lavoro. Sì, con queste nuove opere ho fatto un salto, un cambiamento rispetto a prima.
Sono opere che raffigurano quello che per me è il mondo dell’arte e quello che è la realtà del mondo di oggi. È  tutto fermo.
L’evoluzione è stata naturale: da un’intuizione iniziale è poi nato il resto, come in un gioco. Le installazioni sono surreali e non raccontano nulla. Il mio lavoro è  consistito essenzialmente nel giocare con questi attrezzi e creare delle strutture che non avessero uno scopo.

Progetti futuri?

Dopo questo ciclo di mostre l’idea è quella di aprire In Situ ad artisti al di fuori della nostra associazione, per proporre qualcosa di diverso ma che allo stesso tempo sia in linea anche con il nostro progetto.  
È un progetto ancora ideale, ma pensiamo di promuovere delle residenze con artisti esterni, per far vivere loro lo spazio come lo viviamo noi, cercando di instaurare un rapporto con tutto il gruppo, ed infine permettendo loro di realizzare un’opera direttamente in situ.
In questo modo vorremmo creare una rete sincera, una rete fatta sì di contatti, ma di contatti fidati. Un aiuto reciproco perché andiamo nella stessa direzione, e se siamo di più possiamo andare più lontano.
La sincerità è anche quella che ricerchiamo nel giudizio di un’opera. Ad esempio, tante volte si tende a non esprimere un giudizio negativo su un’opera, anche se obiettivo, perché si ha paura di offendere.
Non esiste ancora uno spazio off-space a Roma, mentre è presente in moltissime città internazionali. C’è bisogno di uno spazio che presenti giovani. Chiaramente la coerenza e la qualità del lavoro che dobbiamo proporre deve sempre essere alta, anche perché di fatto il nostro spazio è considerato fuori mano, l’unica cosa su cui dobbiamo far forza perciò è la qualità.

Progetti che stimolino la riflessione e decostruiscano categorie stabilite

Abbiamo una galleria che non è una galleria, uno studio che non è uno studio, artisti che diventano curatori, con questo spazio stiamo smontando tutto il sistema dell’arte.
Le persone percepiscono il nostro progetto come una possibilità di futuro nell’arte a Roma. Roma è ferma, si sta appiattendo tutto. Non prendono più rischi e si organizzano mostre solo per il profitto.
Forse il nostro è l’unico modo per sopravvivere in questo clima “romano”.
Dobbiamo escludere la rete non sincera, e noi autoproducendoci, non siamo dipendenti di nessuno.

In merito al contesto in cui siete inseriti? Vi considerate una risorsa?

Vediamo se Tor Bella Monaca riesce a diventare un “posto artistico”, un luogo maggiormente attrattivo in grado di proporre laboratori, incontri e workshop. Stiamo anche pensando di proporre progetti per il quartiere. La difficoltà rimane comunque quella di portare le persone nella periferia. Portiamo l’arte in una zona che è fuori mano, ma allo stesso tempo siamo lo specchio di una città che si sta allargando sempre di più.

Sara Fiorelli