Edoardo Maggi per Art In Write Out \\ Andrea Frosolini

Come prima cosa vorrei sapere questo, perdona la lunghezza della​domanda: che rapporto c’è tra la vostra volontà di costituirvi come collettivo e la vostra formazione, le vostre esperienze pregresse? Riconoscete una qualche filiazione, un particolare contesto o visione che vi ha aiutato a maturare e di cui vi sentite in un certo senso “eredi”?

Posso rispondere a questa domanda solo da un punto di vista personale, a partire dalla mia esperienza. Ho avuto una buonissima formazione al Liceo, grazie al contributo di una professoressa, ora amica, che ci ha fatto entrare per la prima volta nel mondo dei musei e delle gallerie. Ancora oggi se dovessi indicare una persona che mi ha aiutato a maturare il mio interesse per l’arte farei il suo nome. Mi sono poi iscritto all’Accademia di Belle Arti a Roma, la quale però mi ha offerto una preparazione classica, vecchio stampo, incentrata sull’insegnamento della tecnica. Il vero inizio della mia formazione  è stato quando ho incontrato loro [indica gli altri con un gesto della mano], e credo che anche per loro valga il medesimo discorso. 

Devo allora dedurre che avresti preferito fare altro?

In realtà, ragionando retrospettivamente, non rinnego nulla. L’esperienza all’Accademia è stata per me più che altro un gioco e, ribadisco, non è stata particolarmente stimolante. In alcuni momenti ho provato addirittura l’impulso di lasciar perdere, ancor prima di entrarci veramente, il mondo dell’arte. Tuttavia, non sono stati anni del tutto inutili: dopotutto la mia ricerca, concettualmente, artisticamente ed esteticamente, si è configurata, in negativo, come una fuga dall’universo accademico.

Come descriveresti le tematiche che fanno da sfondo al ciclo di mostre, dal titolo Assurdità Contemporanee, che state allestendo nel vostro spazio? 

Le tematiche che ruotano attorno a tutte le mostre, lo dice il nome stesso, riguardano tutte quelle piccole o macroscopiche assurdità che possiamo riscontrare ogni giorno, sia da un punto di vista creativo (proposte senza capo né coda che pretendono di svelare chissà quali misteri occulti) sia da una prospettiva logico-concettuale (mancanze di senso di vario genere). Per essere più chiaro posso farti un banale esempio: assurdo può essere un telefono pubblico a gettoni che sebbene non funzioni più rimane nello spazio urbano, un po’ come un relitto ostinato. Roma di per sé è una città assurda. La sua politica, la sua organizzazione… e i romani, quelli che la vivono, lo sanno. 

Assurda più in termini di stasi o di contraddizione?

Entrambi. Permane una sorta di blocco (i soliti artisti, le solite gallerie e i soliti curatori), non c’è un ricambio, un movimento dinamico tra le persone che lavorano nel settore. Quando in gruppo partecipiamo alle inaugurazioni lo vediamo, e questo non ci piace, non sentiamo di appartenere a quel mondo. La stasi è quella che viviamo, mentre la contraddizione è quella che ci permette di pensare, che ci dà da mangiare, se posso essere schietto [sorride]. Vedendo il ridicolo sentiamo la necessità di mostrarlo, metterlo in scena ironicamente per poterlo in qualche modo esorcizzare. 

Ritagliando spazi d’azione in cui proclamare la vostra indipendenza, immagino.

Certo, è uno spazio che ci creiamo. Da solo puoi fare molto di più di quanto pensi, e in un gruppo che condivide le tue stesse concezioni e aspirazioni questa capacità è come amplificata. Lamentarsi e basta non serve, bisogna agire. Noi l’abbiamo fatto aprendo questo spazio, il nostro spazio, dimostrando che non ci serve l’establishment romano per promuovere il nostro lavoro. Ci serve l’arte, non le sue sovrastrutture. Una proclamazione d’indipendenza, come dici tu. Ma anche una denuncia: mostrare qui quello che vediamo fuori e che vorremmo cambiare. Parlando da un punto di vista soggettivo, mi sento come all’intersezione di diversi sistemi tra di loro compenetrati: vita, città, società… che lo voglia o no, io vivo la realtà sia come individuo che come parte di un gruppo. La mia indipendenza è pur sempre relativa, condivisa, e questa è già di per sé un’assurdità.

Se dovessi individuare una caratteristica o un atteggiamento che ritieni fondamentale al fine di essere credibile, come artista professionista intendo, quale sceglieresti? 

La serietà. Saper mostrare l’assurdo, il non senso e il disordine con cognizione e consapevolezza. Rigorosità che, sempre per contrasto, si pone in netta opposizione con il generale disinteresse che riscontro ogni giorno.

Pensi che ogni artista, per definirsi tale, dovrebbe mostrare “rigore”?

Mi sembra riduttivo stabilire una regola generale. Se dovessi, come in una chiacchiera da bar, dare per gioco una risposta, ammesso che esista, allora direi di sì. È sicuramente uno dei particolari che io noto e che ricerco.

Pensi che le tue inclinazioni personali e le tue scelte stilistiche, a mio avviso efficacemente espresse dalla tua mostra Eco, si adattino bene alle idee che animano questo progetto collettivo?

Dato che la mostra è stata la diretta emanazione di una precisa idea curatoriale elaborata di concerto, devo ammettere di non essermi mai posto la domanda. La mia ricerca si è sviluppata sulla spinta di quelle idee, non è stata il risultato di uno sforzo di adattamento. Il mio lavoro credo si sia plasmato direttamente sui temi che vogliamo esprimere, è nato con quei temi, o quantomeno grazie alla riflessione sviluppatasi attorno ad essi. Considerando i lavori che facevo prima e il lavoro attuale riscontro, ora, questa dipendenza.

La mostra segna un momento di cesura o continuità col tuo percorso?

Decisamente di continuità. Il mio approccio originario, per certi versi più poetico, rimane, ma viene declinato in una dimensione di critica sociale, rivolto all’attualità. Prima il mio lavoro verteva su tematiche quali il dolore e l’assenza, elaborate in chiave estetica e concettuale, direi anche astratta. Ora invece tutto questo trova una controparte più concreta e si unisce a nuove idee, dà vita a nuovi spunti.

E questo mi porta a chiederti: credi dunque che il tuo lavoro possa costituirsi come un momento di riflessione sulla realtà odierna e come occasione di rilancio dei massaggi che il ciclo di mostre vorrebbe veicolare?

Anche solo sul piano riflessivo l’arte serve sempre a qualcosa, anche se certo non si parla di un’utilità di tipo pratico. La questione della comunicazione con il pubblico, con i suoi possibili gusti e con le sue aspettative, nel nostro caso è piuttosto delicata. Siamo ancora una realtà al margine, siamo in periferia, dove la gente non è abituata vedere l’arte, e non abbiamo molte occasioni di confrontarci con un grande pubblico. Il contesto, almeno sulla carta, non sembrerebbe giocare a nostro favore. Posso però dire che i commenti delle persone del posto o che sono appositamente (o casualmente) venute qui sono stati prettamente positivi. Hanno tutti ricevuto qualcosa. Ero molto scettico all’inizio, devo essere sincero, ma le risposte sono state buone, sia da parte degli esperti che dei non addetti ai lavori. 

Non siete certo boy scout o “city angels”, però la scelta della zona, dove la distanza dal centro inizia a farsi sentire, già denota una volontà di far qualcosa per gli altri, o almeno di dimostrare qualcosa. Che l’arte è possibile anche al di fuori dei contesti privilegiati e ufficiali?

Bisogna ammettere che la comodità è stato il primo criterio che ci ha guidati nella scelta del posto. Non vogliamo certo porci come presunti riscattatori sociali che vogliono “risvegliare” Tor Bellamonaca dal suo torpore, però il solo fatto di mostrare, pubblicamente perché lo spazio è aperto a tutti, che il rigore e la serietà che solitamente contraddistinguono un’arte posta “al centro” possano essere trasportati qui mi sembra importante. Anche la semplice pulizia dell’ambiente, che può essere vista come un elemento fuori luogo, dà comunque un colpo d’occhio, se mi è concessa l’espressione. Insomma, come in centro si possono vedere, perdona la franchezza, emerite schifezze, qui si può fare esperienza di una ricerca seria. Quando entri qua senti una lontananza che è positiva. E vedi qualcosa che non è la solita zuppa [sorride ancora, con espressione sarcastica].

Curiosità personale: come intendi il rapporto tra artista e curatore, o più generalmente colui che si occupa d’arte senza essere propriamente artista? La ritieni una relazione proficua?

Ora non la vedo come una relazione particolarmente feconda. Figure come critici, curatori e galleristi hanno prevaricato la centralità dell’artista, che invece di essere il vero protagonista viene sempre più messo da parte, offuscato. La mia visione è piuttosto chiara: l’arte è fatta e deve essere fatta dagli artisti. Forse sarebbe auspicabile un’estinzione funzionale. Proprio come, nella pratica creativa, le vecchie guardie dovrebbero cedere il posto a menti fresche, così anche sul versante riflessivo ci dovrebbe essere a mio avviso un rinnovamento delle attitudini critico-curatoriali. 

Commento che non è farina del mio sacco, quindi ti prego di non arrabbiarti: qualcuno potrebbe dirti che l’opera d’arte in sé, e non il suo creatore, dovrebbe essere la protagonista indiscussa. Una volta che è “entrata nel mondo” diventa un’entità indipendente che esiste secondo regole sue proprie. Come risponderesti a tutto ciò?

Beh, a rigor di logica, l’opera dovrebbe per l’appunto esistere anche senza l’intervento del curatore o del gallerista. L’opera si situa tra chi la produce e chi la vede, chi in altre parole ne fa esperienza. 

Rivendichi implicitamente un rapporto simbiotico tra prodotto e produttore, ma non potrebbe essere proprio questo uno dei problemi, nella forma di una scissione, riscontrabile in molta arte odierna, tra ideatore e oggetto fenomenico?

La scissione è già in sé e per sé un gesto artistico, dettato da una precisa volontà autoriale e non imposto a priori da norme esterne o leggi di mercato. È sempre il pensiero primigenio, inteso nella sua complessità più profonda, a muovere l’artista e determinare le sue scelte, anche se poi l’opera entra far parte di dinamiche mercificanti.

Continuerai a esplorare queste problematiche? Più precisamente: pensi di rimanere nel solco analitico inaugurato dal vostro progetto espositivo o di spostarti verso nuovi orizzonti?

In rima battuta direi che è inevitabile, perché i pensieri che ti portano a creare sono sempre determinati da un contesto di lavoro. Ora è questo il mio contesto, perciò mi sembra naturale continuare su questa strada. Resettare il cervello non è possibile, quindi si va avanti cercando di sviluppare concetti e inventare, sviando dalle piste più battute, nuove soluzioni. Quando sei in un mood creativo è difficile smettere. E per ora non lo voglio fare. 

Mi permetto di iniziare a chiudere il cerchio: come ti poni nei confronti della difesa, talvolta strenua, delle singole specificità disciplinari?

L’artista non può definirsi solo pittore, semmai è un artista che usa la pittura. Su questo sono categorico. Noi facciamo tutto, ci curiamo di ogni aspetto, dalla logistica degli spazi fino al dettaglio decorativo. Scegliamo noi il vino da servire alle inaugurazioni! [ride di gusto] Siamo autonomi, forse un tantino  orgogliosi, ma crediamo fermamente nella nostra capacità di trasformazione. Noi ci buttiamo, osiamo, e quello che non sappiamo fare impariamo a farlo. Spesso gli artisti si chiudono nelle loro zone di comfort e si precludono esperienze che li potrebbero arricchire ulteriormente. Lo capisco, ci siamo passati tutti, ma ciò non deve pregiudicare il libero sviluppo della produttività. 

Lo vedi come un tentativo di nascondere una certa incapacità o come una presa di posizione di carattere ideologico?

Penso più la seconda. C’è ancora tanta ignoranza purtroppo, nel senso che tanti si convincono di non poter affrontare determinati percorsi solo perché non hanno una visione abbastanza ampia delle possibilità. Il più delle volte questi artisti, o aspiranti tali, non sanno superare i limiti che si sono imposti.

In un’età fluida e tendenzialmente relativista, per non dire revisionista, un ritorno alle delimitazioni di campo, che sappiamo essere state più utili agli storici e ai teorici che scrivono di arte che non agli artisti, è davvero utile? Risponde alla necessità di una doverosa sistematizzazione terminologica?

Se c’è un nome per tutto posso parlare di tutto, questa secondo me è stata l’idea che ha guidato l’operato di molti critici e teorici. Ritornando al discorso sul protagonismo: l’importante non dovrebbe essere ciò che si dice dell’arte (i tentativi di definizione ontologica che pretendono di stabilire cosa sia arte o meno, ad esempio), ma i diversi modi in cui l’artista sensibilmente si esprime. Ogni narrazione storica, responsabilità che spetta a chi scrive, dovrebbe tenere conto di questo ed essere incentrata sull’artista, sul suo essere persona, non solo personalità. 

Un’affermazione che pronunci in modo convinto, formulata in termini molto chiari. Però converrai con me se dico che non tutti la pensano allo stesso modo. 

Certo, ne sono consapevole. E mi rendo conto di sembrare un p0’ egoista. Ma è anche mio dovere pensarla in questo modo. Mi piace pensare all’artista come colui che è capace di vedere, anche solo in termini percettivi o immaginativi, più degli altri.

Se proprio dovessi fare una diagnosi dello stato attuale dell’Arte, quella con la A maiuscola: viva, assopita o defunta, come vorrebbe qualcuno?

Uniformarsi a idee che non ti appartengono, confinarsi all’interno di limiti autoimposti, barriere che danno solo un’illusione di sicurezza. Questo io vedo oggi. La morte dell’arte? Forse, e se così fosse dovrebbe rinascere adesso, un’arte che parla al tempo presente, che sia realmente contemporanea. Ciò comporta notevoli rischi, che tutti, artisti, critici o curatori, devono mettere in conto e accettare.

Dormiente, allora.

Sembrerebbe più una morte apparente [si adagia allo schienale della poltrona, soddisfatto].

Edoardo Maggi

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